Little Light Lab
24 Febbraio Feb 2013 0232 24 febbraio 2013

Perché servono più quote rosa in politica

Tra poche ore italiani e italiane nel nostro Paese voteranno e ancora una volta, la mia speranza è appesa a un filo. Dall’America, io ho già votato, affidando all’inaffidabilità del servizio postale americano il mio piccolo contributo alla democrazia. Ancora una volta, le opzioni non erano veramente quelle che avrei sperato, anche perché ancora una volta non ho potuto votare una donna. A pari merito, lo dico e l’ho firmato, avrei votato una donna, però il pari merito, stavolta, come spesso accade in politica, non sembrava esserci e le pari opportunità di vincere ancora meno.

Le ragioni della mancanza delle donne in politica le conosciamo: una società prevalentemente maschilista che frena l’ambizione femminile, un sistema politico dominato dagli uomini, un (mal)funzionamento dei partiti politici che allontana le donne. Nella mia piccola esperienza di attivismo politico, ho potuto constatare la difficoltà delle donne ad imporsi in ambienti politici che sono spesso una fiera della vanità maschile, dove il riflettore è su chi fa la voce grossa, parla più a lungo (anche senza dire nulla), sfoggia la lista più cospicua di nomi importanti tra i propri amici e parenti e soprattutto chi è capace di dichiarare senza timori le proprie ambizioni e spiegare senza false modestie le proprie capacità. Tutte cose che noi donne non siamo state educate o socializzate per fare. Senza considerare, poi, che poche donne hanno la possibilità, tra il lavoro, il marito ed i figli, di spendere infinite ed estenuanti ore, spesso notturne, in dibattiti alle volte finalizzati non tanto al raggiungimento di un risultato pragmatico, ma a permettere ai partecipanti di sfoggiare le proprie doti retoriche. E’ solo la mia esperienza personale, o le riunioni di circolo dei partiti sono dappertutto così?

Comunque sia, i dati sono chiari: il World Economic Forum classifica l’Italia al 71esimo posto per partecipazione politica femminile, con 21.6% di donne alla Camera e 18.7% al Senato. Se letti insieme ai numeri sull’occupazione femminile, il femminicidio e la violenza sulle donne, questi dati indicano chiaramente che la condizione della donna nel nostro Paese è in uno stato d’emergenza che richiede un intervento immediato e misure forti. In questa situazione, l’attuale contesto di autoregolazione dei partiti e la normatività sulle quote rosa negli enti locali non sono sufficienti: la politica deve andare oltre, tornando a considerare le quote rosa obbligatorie per partiti e legislativo.

Secondo la Direzione generale delle Politiche interne dell'Unione Europea, con o senza quote, la responsabilità dei partiti è chiave nel garantire una piena e proficua partecipazione delle donne in politica. Affinché le donne possano essere presenti non solo sulle liste, ma anche in parlamento e nei ministeri, è necessario che i partiti adottino politiche costanti per l’inclusione, la formazione e la valorizzazione delle donne al proprio interno, attraverso programmi di Mentoring e Sponsorship simili a quelli sviluppati dalle imprese.
Affinché, poi, le donne in lista siano eleggibili e le elette siano autorevoli è necessario creare strumenti per monitorare i processi di nomina dei candidati, sia uomini che donne, per evitare di trovarci con rappresentanti come la Minetti, tanto per capirci. Le quote rosa da sole, insomma, non bastano. Eppure, è difficile immaginarsi come un sistema politico pietrificato come il nostro, mosso più dall’inerzia che da qualsiasi altra forza, possa essere incentivato a cambiare se non attraverso una misura estrema come l’adozione di quote rosa obbligatorie in parlamento e nei partiti, che costringerebbe la politica a valorizzare e incoraggiare il talento femminile, anziché essere frenarlo.

Molti sono contrari alle quote rosa per ragioni di meritocrazia (vinca il migliore, uomo o donna che sia), rappresentazione (non è necessario né sufficiente essere donne per avere a cuore il destino delle donne) e democrazia (sono i cittadini a dover decidere i candidati e possono decidere per una totale rappresentazione maschile).

Nel caso italiano, questi argomenti non mi convincono.
Per quanto riguarda la meritocrazia e la democrazia nella politica, si può dire meritocratico un Paese in cui le donne hanno maggiore e migliore educazione degli uomini, per poi scomparire dal mercato del lavoro o rimanerci in posizioni sottopagate e subordinate? Si può parlare di democrazia in un Paese dove la metà della popolazione detiene meno il 20% del potere? E poi è stato dimostrato che le quote rosa hanno un effetto positivo sulla qualità degli eletti, sia donne sia uomini.
Sulla rappresentazione, poi, è vero che non è necessario né sufficiente essere donne per avere a cuore le pari opportunità. Infatti, il discorso politico sulle donne di Ivan Scalfarotto è mille volte superiore a quello della Carfagna. Eppure, le donne, quando preparate, hanno un contributo speciale da dare alla politica, non solo in quanto “outsiders”, ma anche perché, come dimostra uno studio recente del European Journal of Comparative Economics, le donne tendono a capire meglio e influenzare positivamente gli investimenti su welfare e salute. Non solo: secondo uno studio recente, l’esistenza di modelli femminili in politica aumenta notevolmente la presa di coscienza e la partecipazione politica delle donne, soprattutto nell’infanzia e nella giovinezza. Alle volte, insomma, bisogna essere donne per portare avanti i diritti delle donne.

Per questo, anche quando impopolari, le quote rosa alle volte sono strumenti necessari (seppur non sufficienti) per invertire il gap di rappresentazione femminile, agire positivamente sulla disuguaglianza e cambiare l’immaginario collettivo degli italiani riguardo alle donne in politica. Tutto questo senza neanche di reinventare l’acqua calda, perché le quote rosa, in una forma o nell’altra, sono state applicate con successo in moltissimi contesti, dalla Svezia all’India, alla Lombardia. Come in molte altre cose, a mancare è principalmente la volontà politica, perché aprire le sale del potere a nuovi attori non è comodo per molti di coloro che in quelle sale ci vivono da tempo.

Se l’Italia vuole davvero diventare un Paese non solo per donne, ma anche per uomini e bambini, i partiti devono incoraggiare le donne ad assumere posizione di guida non solo negli enti locali, ma nel Parlamento. A pari merito, alle prossime politiche, spero di poter votare una donna.

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