Cavoletti di Bruxelles
24 Febbraio Feb 2013 1101 24 febbraio 2013

Popolo sovrano sempre. Non solo il giorno delle elezioni.

Seguendo la liturgia dell’uomo moderno (da una parte la lettura dei giornali rigorosamente on line e, dall’altra, i messaggi sui social network), come spesso mi capita ultimamente mi sono intristito e amareggiato. Oggi più degli altri giorni. Gli appelli, più o meno celati, in favore di questa o quella forza politica si sprecano.

Ci sono esempi di mistificazione della realtà straordinari. Vengono descritti, da destra e da sinistra, scenari catastrofici o idilliaci, a seconda della vittoria di una parte o dell’altra. Molto probabilmente, come sempre accade, la verità sta nel mezzo. Non ci saranno né catastrofi, né paradisi. Ci saranno mille difficoltà, dove si tenterà di vivere, e per molti di sopravvivere.

E allora quanto conta davvero la volontà popolare?

Diamo uno sguardo a due scuole di pensiero, lasciando a chi legge la possibilità di esprimere la propria preferenza.

Esiste una vera e propria teoria, detta “delle élites” che si propone di spiegare scientificamente una delle tendenze indiscutibili della storia umana. In ogni società e in ogni epoca, una frazione numericamente ristretta di persone concentra nelle proprie mani la maggior quantità di risorse esistenti, siano esse ricchezze, potere oppure onori, e si impone al resto del popolo. A partire da Platone e Aristotele si é cercato di individuare le cause delle diseguaglianze e della distribuzione del potere. Tuttavia, é soprattutto dalla seconda metà dell’Ottocento, quando sia la sociologia che la scienza politica acquistano un più deciso orientamento empirico, che il fenomeno delle dispartità presenti nella società civile, diventa il tema centrale delle riflessioni politiche e sociologiche.

Gli elitisti descrivono l’élite di potere come una minoranza unica, omogenea e coesiva che si oppone alla massa subordinata.

Agli elitisti si contrappongono i pluralisti, i quali sottolineano come il processo di reciproca interdipendenza e condizionamento che lega i pochi ai molti configura l’élite al potere come l’insieme di una pluralità di minoranze, eterogenee e discordanti. In altri termini, per i pluralisti gli attori in gioco sono talmente tanti che risulta impossibile per le oligarchie elitiste amministrare il potere senza controllo.

Gli elitisti, a loro volta, ritengono che una cosa che viene data per scontata dalle più diverse posizioni politiche é che il popolo debba essere sottomesso ai governanti. In una democrazia i governati hanno il diritto di esprimere il proprio consenso, e nulla più, solo il giorno delle elezioni.

Per dirla secondo una terminologia moderna, i cittadini sono spettatori e non attori della scena politica, con una sola eccezione, quando sono chiamati a scegliere, tra i candidati, chi deve rappresentarli.

Inoltre, se si abbandona il terreno politico e si va su quello economico, la situazione peggiora. In questo ambito il popolo subisce un’esclusione totale. Le decisioni spettano ad altri. Ci si preoccupa delle reazioni dei mercati, dei grandi investitori, dei giornali finanziari, di cosa pensi l’Economist, il Financial Times e gli analisti di Moody’s.

Questi assunti, mutatis mutandis, sono sempre stati oggetto di critica nel corso della storia. A volte hanno scatenato conflitti violenti a partire dalla prima grande rivolta democratica nell’Inghilterra del Seicento. All’epoca, coloro che si considerevano “gli uomini di più nobile sentire” (i Migliori di Platone), l’idea che il popolo volesse essere protagonista e non delegare alcune decisioni fondamentali per la sua esistenza, arrecavano non poche preoccupazioni. Secondo questi “uomini di nobile sentire” occorreva riconoscere i diritti del popolo, ma solo entro certi limiti e nel rispetto del principio che per popolo non debba intendersi la massa confusa e ignorante.

Non mi soffermo, per questioni di tempo (conosco benissimo i tempi di attenzione di un lettore) e di spazio (si tratta di un semplice post e non di un articolo scientifico) sulla teoria delle élites.

Mi limito a prenderne spunto per riflettere sul valore della scelta elettorale proprio nel giorno delle elezioni.

Personalmente ritengo che tutte le forme di governo siano riconducibili sostanzialmente a delle oligarchie, come dimostrano, non solo lo studio sui sistemi decisionali ma anche i valori e i principi che servono, il più delle volte, a celare o mascherare lotte di potere e che spesso si basano su manipolazione, più o meno visibili, del consenso. Molti altri, tuttavia, la pensano diversamente.

Al di là delle opinioni personali, ritengo, comunque, che sia bene riflettere soprattutto il giorno delle elezioni al fine di dare il giusto valore, qualunque essa sia, alla propria scelta.


P.S.
Per correttezza vanno menzionati gli studi di Giovanni Sartori (“The Theory of democracy revisited”, 1988) che hanno tentato di superare definitivamente gli ostacoli che si opponevano all’integrazione tra elitismo e democrazia, da un lato evidenziando come l'esistenza di tendenze oligarchiche all'interno delle singole organizzazioni non escluda la presenza, a livello sistemico, di una vigorosa ed effettiva competizione tra oligarchie e, dall'altro, sottolineando come il controllo elettorale, esercitato liberamente nei confronti di una pluralità di élites concorrenti, conferisca un effettivo potere potestativo all'elettorato, rendendo le minoranze governanti responsabili verso di esso.

 Iscriviti alla newsletter

Vuoi essere sempre aggiornato? Iscriviti alla newsletter de Linkiesta.it .

Quando invii il modulo, controlla la tua inbox per confermare l'iscrizione

 Seguici su Facebook