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27 Febbraio Feb 2013 1643 27 febbraio 2013

Addio a Linkiesta

Un giorno Goethe e Beethoven stavano camminando nel giardino della residenza del principe quando apparve loro il regnante in persona con tanto di codazzo al seguito. I due reagirono all'opposto. Il primo, che è stato romanziere, drammaturgo, scienziato e biologo ma anche ministro delle finanze e uomo politico (ma si diceva frustrato di non essere un buon ballerino) al cospetto del principe si tolse il cappello. Il secondo invece, burbero e fiero, si cacciò il berretto sulla testa e camminò fiero fendendo il gruppo del principe con la sua corte costringedolo ad aprirsi per lasciarlo passare. 

Non so se si tratti di leggenda e so che i cinici che si attardano nei corridoi del potere trovano l'atteggiamento del compositore tedesco quasi adolescenziale. Ma, mentre ho sempre trovato l'eclettismo rinascimentale di un Goethe un inarrivabile ma necessario modello per la modernità, ho anche sempre pensato che sia invece l'atteggiamento dell'autore del Fidelio quello giusto per un giornale credibile. I media che si scappellano davanti al potente di turno e a una classe dirigente inetta sono causa di molti dei nostri mali. 

Ecco allora Linkiesta. Consapevoli che la vera differenza fra il giornalismo anglosassone e quello latino non è la separazione fra fatti e opinioni (quella vale solo per la Bbc che è pubblica) ma risiede invece nel modo in cui si tratta la finanza, su questo ci siamo concentrati grazie all'ottimo lavoro di Lorenzo Dilena. Da Parigi a Sao Paulo, non è infatti la critica alla politica quella che fa la differenza quanto semmai l'esposizione puntuale, libera e documentata di maneggi, inciuci e intrighi dei grandi poteri finanziari. Per chi non ci crede consiglio la lettura di Les Nouveaux chiens de garde, il saggio di Serge Hailimi, uno dei fondatori di Libération. Basta cambiare i nomi e si vede che i due sistemi, quello italiano e francese, sono terribilmente simili. Ma gli esempi sarebbero molteplici. Un'impostazione che in Italia significa parlare di Generali, Intesa, Mediobanca, Eni,... scrivendo sulle righe e non fra le righe (a proposito, ma Mps è già sparita?). 

In questi due anni sono state tante le scommesse di cui sono orgoglioso. I pezzi più letti sono stati sovente anche i più lunghi e approfonditi dimostrando che non è vero che la rete sia solo il luogo dell'informazione commodity. E d'altra parte, se la rete fosse davvero tale, perché mai qualcuno dovrebbe un giorno voler pagare? Abbiamo scommesso su un rispetto assoluto dell'intelligenza del lettore, fornendogli stimoli intellettuali di ogni genere (dall'impatto sul manifatturiero delle stampanti 3D alle teorizzazioni di Aghion sulle nuove politiche industriali passando per le dinamiche cooperativistiche ora teorizzate dai governi anglosassoni e dai modi in cui la politica compie il passaggio dall'one to many del mondo televisivo al many to many di quello della Rete). E anche qua abbiamo riconosciuto subito molte dinamiche teoriche al loro nascere: la lista dei testi più importanti del 2012 compilata da Foreign Policy dice che abbiamo colto subito l'importanza dei due saggi citati (Why Nations Fail e Plutocrats, entrambe non ancora tradotti) che abbiamo infatti recensito subito avviando anche un dibattito per adattare questi temi alla nostra realtà. Senza citare le inchieste, da Saipem in Algeria al caso Corallo, vincendo in tribunale contro chi cercava di azzittirci.  

Il nostro modello (low budget/high quality) viene indicato come corretto anche nei Nieman Reports di Harvard e continuo a pensare che sia quello giusto. Non solo per idealismo ma perché ora, guardando ai dati e ai risultati, so più di allora che questa è la strada, posto che siano prima sistemati alcuni aspetti di governance e di tecnologia. Il nostro "giornalismo biologico", vale a dire che non usa gli additivi delle agenzie di stampa (in Italia saccheggiate più che nel resto d'Europa perché non c'è l'obbligo di dire che le si sta utilizzando), credo sia stata un'altra intuizione felice. Insomma, scusate se rivendico il nostro lavoro, forse è un modo per nascondere l'amarezza di questi giorni, ma credo che l'abbiamo fatto bene, o almeno, al meglio possibile, pur con i nostri errori e con la possibilità sempre aperta di fare meglio. E credo che, in un paese che ha iniziato il '900 con un direttore di giornale diventato dittatore per finirlo con un editore diventato primo ministro,  di questo lavoro ci fosse e ci sia bisogno. Tante altre cose andrebbero ora fatte, dalla gamification delle inchieste alla battaglia sugli open data come ultima vera frontiera del giornalismo, ma questa è un'altra storia. 

La mia è iniziata ad aprile 2010 quando Jacopo Tondelli, dopo che ero stato inizialmente coinvolto da Marco Alfieri, mi annunciò che Marco andava alla Stampa ma che se io ci stavo andavamo avanti. C'erano stati prima altri progetti che coinvolgevano anche altre persone, ma da quel giorno con Jacopo iniziammo a pensare il prodotto che conoscete. Lasciai una collaborazione prestigiosa, che durava da sei anni con Newsweek, e un posto fisso all'Adnkronos, e ci buttammo anima e corpo nel giornale dove ho cercato di fare confluire molte delle teorie a cui stavo lavorando per realizzare una versione solo online di Newsweek per il mercato italiano e molte delle osservazioni che ho fatto nei paper che ho scritto per la Fondazione Ahref di Luca De Biase. Ho sacrificato la mia visibilità di firma al servizio della macchina di un giornale che veniva prodotto per lo più a Milano e l'ho fatto perché ci ho creduto davvero. Sulle ragioni per cui lascio rimando alla lettera della redazione e non ho voglia di dire altro dopo tutto questo doloroso rumore. 

Prima di accomiatarmi voglio però ringraziare la redazione che mi ha sopportato e tutti i collaboratori a cui ho ho fatto scrivere e molto spesso riscrivere pezzi. Grazie a tutti per la vostra pazienza con le mie fissazioni su numeri, dati, spunti e qualità. Voglio ringraziare anche tutti coloro che mi hanno dato stimoli intellettuali e tutti quelli che ci hanno creduto con me. Non faccio nomi per non rischiare di dimenticare qualcuno ma a tutti auguro un futuro radioso e degno della vostra bravura. Ora, senza paragoni impropri, mi caccio anch'io il cappello sulla testa. 

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