Brideshead
28 Febbraio Feb 2013 0919 28 febbraio 2013

Dilemmi post-elettorali: che fare?

Gli inglesi in questi casi parlano di “hung parliament”. Una situazione in cui nessuno dei partiti (il loro è un sistema elettorale uninominale a turno unico) ha la maggioranza dei seggi, e quindi non si può formare un governo monocolore. L’attuale governo di coalizione che regge il Regno Unito è nato proprio in seguito a un risultato elettorale di questo tipo nel 2010. Conservatori e Liberaldemocratici, che in campagna elettorale si erano combattuti duramente, sono stati costretti a mettersi d’accordo per dare un governo al paese. David Cameron e Nick Clegg si sono convinti che un compromesso tra i due partiti era possibile, e che fosse meglio fare un tentativo piuttosto che tornare alle urne. Pur con molte difficoltà, e con tensioni piuttosto forti, la maggioranza regge ancora a due anni e mezzo dalle elezioni. Non menziono questo esempio per indicarlo come un precedente da seguire nel nostro paese. Le differenze politiche e istituzionali tra Regno Unito e Italia sono troppe per immaginare che ciò che si può fare a Londra si possa riprodurre meccanicamente a Roma. L’esperienza britannica serve a ricordarci che la necessità, come si dice in quel paese, è la madre dell’inventiva. Specie in politica. Per il momento, per quel che riguarda la situazione italiana, direi che l’unica certezza è che nessuno sembra in grado di indicare una via d’uscita che soddisfi tutti – o anche soltanto una maggioranza – e non comporti rischi di qualche tipo.
Posta questa premessa, proviamo a ragionare sugli scenari possibili. La prima cosa che mi sento di affermare è che Bersani ha fatto bene a tentare un’apertura nei confronti di Grillo. Certo, si tratta di una mossa azzardata, ma tutto sommato non mi sembra meno pericolosa delle alternative. Bisogna considerare, infatti, che il tentativo di Mario Monti di promuovere un’aggregazione politicamente significativa dei moderati è fallita. Con il senno di poi, direi che è stata pienamente rivendicata la saggezza del Capo dello Stato. Secondo diversi osservatori, infatti, Napolitano riteneva fosse preferibile che Monti se ne stesse tranquillo in Senato ad attendere il risultato elettorale. Pronto, nel caso si fosse verificata una situazione come quella in cui ci troviamo adesso (circostanza del tutto prevedibile), a formare un nuovo governo di larghe intese. Non voglio riprendere la polemica, a questo punto del tutto irrilevante, sull’impegno che Monti avrebbe preso con Napolitano in tal senso. Comunque siano andate le cose tra i due, mi pare indiscutibile che avesse ragione il Presidente della Repubblica. La scelta di Monti era a mio avviso difficilmente condivisibile, e a questo punto mi pare si possa affermare tranquillamente che era sbagliata.
Torniamo a Bersani. Perché il segretario del PD ha fatto bene a sollecitare Grillo a venire allo scoperto? In primo luogo, direi, perché in prima battuta non c’è una soluzione migliore. Rivolgere una proposta politica direttamente a Berlusconi risulterebbe inaccettabile a buona parte degli elettori del Partito Democratico. Anche se il padrone del PdL si è palesato mercoledì in una nuova manifestazione catodica, nei panni di un nonno bonario e accomodante che ha a cuore solo il bene del paese, è difficile immaginare che qualcuno possa prenderlo sul serio. Nemmeno chi l’ha votato. Da tempo sono convinto, infatti, che il consenso di Berlusconi non si spieghi, come sostengono alcuni, con l’ignoranza o la dabbenaggine di una parte dell’elettorato. Io penso che si tratti di un voto egoista e poco lungimirante, ma sono convinto che sia frutto di una scelta consapevole. Quindi fare un accordo politico con Berlusconi significa accettare che il nuovo governo abbia le mani legate riguardo a tutti gli interventi che potrebbero intaccare gli interessi personali del padrone del PdL – che come è noto non sono pochi, e in molti casi interferiscono significativamente con l’interesse generale – ma anche quelli di chi lo vota sperando di guadagnarci qualcosa. Tra le idee che circolano in quella galassia dai contorni piuttosto confusi che è il Movimento 5 Stelle, invece, ce ne sono alcune che si potrebbero armonizzare con la piattaforma politica del PD. Penso ad alcune riforme della politica, all’attenzione alla qualità dei servizi pubblici, alla tutela dell’ambiente. Le prime analisi dei flussi elettorali, tra l’altro, mostrano che il M5s avrebbe preso una percentuale consistente dei propri voti (la stima è intorno al trenta per cento) dall’elettorato del centro-sinistra.
Oltretutto, il rischio di chiudere la porta in faccia a una formazione politica che contribuisce in modo significativo a un profondo rinnovamento generazione e sociale della rappresentanza parlamentare mi sembra molto alto. Certo i primi segnali non sono incoraggianti. Tuttavia, io mi sentirei di raccomandare un po’ di sangue freddo ai dirigenti del PD prima di gettare la spugna. A fronte di un Grillo che annuncia sfracelli, ci sono anche voci che appaiono più ragionevoli, come quella di Mauro Gallegati, un economista molto vicino al movimento. Con questi interlocutori mi pare che si possa e si debba parlare. Se, come è possibile, questa strada non conducesse a una soluzione politica accessibile e che offra qualche garanzia di stabilità, la parola tornerebbe a Napolitano. A quel punto, temo non ci sarebbe altra via d’uscita che un nuovo governo sostenuto da una maggioranza analoga a quella che ha retto il governo Monti. Stavolta, però, con un premier dotato di maggiore sensibilità politica. Qualcuno che sia in grado di parlare con eguale efficacia a Bruxelles, ai mercati e al popolo italiano. Una scelta difficile ma non impossibile. Ci sono, tra le riserve della Repubblica, persone che hanno queste qualità. Un governo composto di persone per bene, che mettano insieme il miglior “minimo compromesso possibile” nelle condizioni date.
Per concludere, un consiglio a Matteo Renzi. La segreteria di Bersani era a tempo prima delle elezioni, e lo è ancor di più adesso. Cominciare a litigare ora però non sarebbe un buon segnale. Tra qualche mese il partito dovrà porsi il problema della leadership, e a quel punto una persona che sappia parlare sia a chi ha votato per il PD sia a chi non l’ha votato sarebbe la scelta auspicabile. Non c’è dubbio che Renzi sia allo stato il candidato più credibile.

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