Alessandro Da Rold
Portineria Milano
1 Marzo Mar 2013 1754 01 marzo 2013

Ma Bersani non ha nulla da dire sulla sconfitta di Ambrosoli in Lombardia?

A quasi una settimana di distanza dalla sconfitta di Umberto Ambrosoli in Lombardia, non c’è ancora stato un commento ufficiale da parte dei vertici del Partito Democratico sulla vittoria della Lega Nord di Roberto Maroni. Tutto tace in via del Nazareno a Roma, dove la questione settentrionale viene affrontata con tutta probabilità nei piccoli ritagli di tempo. Non parla Enrico Letta, non parla Massimo D'Alema, non parla soprattutto Pier Luigi Bersani. Certo, il segretario ha in questo momento forse qualcosa di più importante da gestire, come la composizione del governo a Roma e l’alleanza con il Movimento Cinque Stelle di Beppe Grillo. Ma due parole potrebbe spenderle per una delle zone produttive più importanti in Europa.

Appare però un’ulteriore segno di debolezza dei democratici nel settentrione questo silenzio così irrituale, simbolo di un’incapacità strutturale di comprendere questi territori. Non solo. Nel Pd lombardo stanno in queste ore volando gli stracci. A quanto pare il segretario lombardo Maurizio Martina era sicuro di vincere. E con lui lo erano i quadri di un partito che in Lombardia non ha mai vinto nulla, a parte le provinciali di Milano con Filippo Penati, unico a essersi dimesso in queste anni e poi travolto dalle inchieste sul sistema di Sesto San Giovanni. La vittoria di Giuliano Pisapia a Milano, spacciata per una vittoria del Pd, è in realtà il risultato della sconfitta di Stefano Boeri alle primarie: nel 2010 era l'architetto il candidato dei democratici. 

Al momento non sono previste direzioni regionali del partito, ma già sono partite le prime proposte di candidatura. E a quanto pare Martina sta ragionando seriamente di lasciare il comando. D’altra parte non poteva che finire così. Qui a Linkiesta lo abbiamo scritto in tutti i modi possibili che la candidatura di Ambrosoli era troppo debole e molto «salottiera». Avevamo anche parlato di un centrosinistra simile a un’armata Brancaleone, sicuro di raggiungere il successo cavalcando l’ondata di inchieste sulla regione Lombardia di Roberto Formigoni. Invece è successo che un partito come la Lega Nord - che a livello nazionale vale il 4% e che ha avuto le sue gatte da pelare in procura -  sia riuscito nell’impresa di conquistare la regione più ricca d’Italia.

Il Pd - che è comunque cresciuto rispetto alla prestazione di Penati nel 2010 - appare ancora una volta ancora ai vecchi modelli di fine anni ’90, incapace di raggiungere i ceti medi produttivi, le partite Iva, tra muratori, operai e artigiani. Questo voto è stato infatti ancora una volta conquistato dal Carroccio e dal Movimento Cinque Stelle di Beppe Grillo. Per di più, la scelta di portare Romano Prodi in piazza Duomo a Milano non pare essere stata così vincente. «Matteo Renzi lo mandiamo nelle valli, mentre Prodi lo portiamo in Duomo...mi dica lei che senso ha», spiega un democratico più che mai inferocito della sconfitta contro Maroni. L’idea di cavalcare il movimento arancione di Pisapia, poi, rappresenta l’ennesimo harakiri del centrosinistra che ha visto il crollo di Sinistra e Libertà di Nichi Vendola e un abbraccio mortale con la Cgil di Susanna Camusso. 

Ambrosoli, dal canto suo, sembra essere quello uscito meglio dallo scontro elettorale. Ha ammesso la sconfitta. Ha dichiarato che resterà in consiglio regionale e promette di continuare la sua campagna di conquista della Lombardia. Il rischio è però sempre lo stesso, dopo i vari Diego Masi, Riccardo Sarfatti e Mino Martinazzoli: alla fine tra cinque anni si ricomincerà da capo. Bersani invece tace, lui che quel modello lombardo vestito su Formigoni lo conosce molto bene, da anni, sin da quando frequentava il Meeting di Rimini di Comunione e Liberazione.

Unico nel panorama piddino a parlare è stato al solito Roberto Caputo, consigliere provinciale. «Il centrosinistra non ha saputo cogliere questa occasione storica ed e’ veramente incredibile che qualche dirigente parli di un buon risultato, come se si avesse vinto”.
Secondo Caputo alla base della sconfitta vi sarebbe una strategia sbagliata: «Milano non rappresenta la Lombardia. Non si vince con i salotti” e con una scelta, quella di Ambrosoli, “fatta a tavolino, anche se arrivata dopo le primarie, quindi ha dovuto scontare una non conoscenza dei problemi della Regione Lombardia, oltre a una campagna elettorale dai tempi strettissimi».

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