Asia Files
2 Marzo Mar 2013 1203 02 marzo 2013

Cina, il cartello razzista che ha fatto arrabbiare mezza Asia

"In questo locale non sono ammessi giapponesi, vietnamiti, filippini e cani". Così recitava il cartello esposto fuori da un ristorante di Pechino questa settimana. Una frase le cui radici vanno ricercate nelle molteplici contese territoriali tra Cina e i suoi vicini asiatici e che dà il senso di quanto un certo nazionalismo sia ancora diffuso, non solo ai piani alti della nomenklatura del Partito comunista cinese.

Il cartello è apparso in un ristorante della zona di Hohai, a poca distanza dalla centralissima Città Proibita. Qui passano gran parte dei turisti che da tutta la Cina (e da tutto il mondo) si recano nella capitale dell'ex Celeste Impero; tra locali e negozietti di souvenir, il cartello non è passato inosservato molto a lungo.

A partire dal 21 febbraio, giorno in cui secondo alcune fonti sarebbe stato appeso il messaggio, le condivisioni della fotografia su Facebook sono aumentate, tanto da attirare l'attenzione dell'emittente britannica Bbc. Il proprietario del locale, il signor Wang, che non ha rilasciato dichiarazioni al quotidiano cinese Mingpao si è comunque difeso dalle accuse di "estremismo nazionalista" che gli sono state mosse dagli stessi netizen di oltre muraglia: "Ho agito per patriottismo", avrebbe comunque detto Wang, inconsapevole del fermento della rete. "Ho semplicemente scritto che non serviremo da mangiare a clienti di quei paesi," avrebbe aggiunto.

La formulazione usata da Wang fa tornare alla mente i cartelli esposti in alcune aree di Shanghai sotto il controllo inglese tra la fine dell'Ottocento e gli anni '30 del Novecento: "cani e cinesi non sono ammessi".

Nonostante la citazione, il gesto, in giro per l'Asia, non è piaciuto. Il suo particolare divieto ha infatti suscitato diverse critiche sui social network e sui portali d'informazione online di mezza Asia. In Vietnam in particolare, il caso è stata la scintilla che ha fatto scattare quella che un quotidiano ufficiale di Hanoi, Tuoi Tre, ha definito "una furia online" contro i cinesi. E la protesta web è diventata in un brevissimo lasso di tempo virale. Alcuni utenti vietnamiti hanno commentato la notizia accusando i cinesi di "stupido estremismo" che "merita di essere condannato". C'è poi chi sostiene che il proprietario del ristorante "abbia subito un lavaggio del cervello" da parte del governo cinese e che l'unico effetto che gesti del genere possono provocare sia "instillare odio nelle generazioni più giovani".

Da anni la Cina è coinvolta in un conflitto diplomatico con Filippine e Vietnam per il controllo di alcune isole nel Mar Cinese Meridionale, bacino ricco di gas naturale e petrolio. Il 22 gennaio scorso, il governo di Manila ha notificato all'ambasciatore cinese nelle Filippine la volontà di portare le rispettive rivendicazioni di fronte al tribunale internazionale delle Nazioni unite. Più recente invece la contesta con il Giappone sulle isole Senkaku o Diaoyu. Nonostante diversi tentativi di mediazione, le acque intorno a questo piccolo arcipelago nel Mar Cinese orientale rimangono sorvegliate dalle guardie costiere di Cina e Giappone.

Ieri il signor Wang ha rimosso il cartello; ma le polemiche non sembrano volersi arrestare.

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