Andrea Porcheddu
L’onesto Jago
2 Marzo Mar 2013 1920 02 marzo 2013

Teatro: una questione di vita o di morte?

Uno strano spettacolo ha debuttato l’altra sera a Udine. È un’opera prima, e come tale aspra, acerba, eppure generosa, ridondante, sulfurea, sovraccarica di passioni.
Si intitola To Play or To die, this is the question today. E, come si intuirà sin dal titolo, è un attraversamento selvaggio dell’Amleto di Shakespeare, filtrato dalle macerie di Hamletmaschine di Heiner Müller.
Non è uno spettacolo “ben fatto”: non vuole esserlo. È semmai sciatto, disperato, una lotta ostinata, una domanda mai risolta sul senso del fare teatro oggi.
Il gruppo che lo propone si chiama Babel e ha una base a Palermo, anche se è di respiro europeo. A far da riferimento alla compagnia è Giuseppe Provinzano: sua la drammaturgia e la regia. Si potrebbe dire un “giovane artista”, se il disincanto – al limite della disperazione – che distilla nell’opera non ne facesse un uomo consapevole, maturo. Badate, non rassegnato, né sconfitto: ma un uomo che semplicemente racconta lo spaesamento, la sorpresa, lo schifo, il dolore di vivere il presente. Il pretesto narrativo, dunque diventa simbolico: c’è un Amleto da fare, un altro Amleto. Ma non ci sono più attori, non ci sono soldi, né scene o costumi né pubblico o società disposta a capire un Amleto. Sono rimasti solo in due: una coppia che si stringe e si dona, ancora una volta, pur di fare teatro. Si dirà: l’escamotage narrativo non è originale. Non importa: originale e vivo è tutto il resto. La rabbia e il disincanto, il gioco e la fantasia, il sogno e il risveglio. E la confusione: nella testa, nell’anima, nel sentimento. Una confusione che è generazionale - certo non risolta dall’exploit di Beppe Grillo e del M5S – e che è professionale: chi tra questi politici sa il Teatro?

Allora il gioco di entrare e uscire dalla storia di Shakespeare, di raccontare quel che è del mondo, di moltiplicarsi in mille personaggi con un affanno che è rabbiosa ostinazione a sopravvivere, fanno dello spettacolo lo sguardo di chi non si rassegna. Ci si diverte, in questo lavoro, con le gesta erotiche del Re Claudio usurpatore e della sua lussuriosa regina; ci si inquieta di fronte all’opportunismo di Rosencrantz e Guildestern; ci si commuove con il candido mondo di Orazio; si ride con la tagliente saggezza del becchino. Amleto no, lui non c’è: è un teschio ormai. Ma soprattutto questi personaggi sono icone vuote, fardelli da portare, da legarsi addosso come i rutilanti e raffazzonati costumi.

Lo spettacolo procede per accumuli, con un montaggio schizofrenico, per passaggi veloci e accostamenti imprevedibili: affonda nella contemporaneità – ma tiene benissimo la metafora senza scadere nella cronaca. Indulge nella metateatralità, anche di facile acchitto, addirittura corre il rischio di essere stucchevole, eppure ne fa emergere dialettiche sincere, umili, spiazzanti. Viene da pensare ai tanti non-Amleto visti nel passato, da Carmelo Bene al Totò principe di Danimarca di Leo de Berardinis; così come tornano in mente certe storie di guitti d’avanspettacolo, da Ay Carmela! di Sinisterra alla gloriosa Polvere di Stelle.

Ma non è qui che si orienta To Play or to die. Perché poi ci sono loro, l’attore e l’attrice: a esporsi, a parlare, a raccontare. Lui, si è detto, è Giuseppe Provinzano. Ce lo ricordavamo, anni fa, in Suttascupa: un piccolo spettacolo violentissimo, che fece ben sperare. Lo ritroviamo, qua, spalle larghe e sguardo innocente. Ha qualcosa da dire e sa dirlo: non si tira indietro, ci mette la faccia nella sua denuncia. Lo fa con serietà e ironia, e dice davvero quel che gli preme dire: dopo un roboante prefinale resta seduto sul palco, a chiedersi semplicemente cosa sarebbe di questo Paese se per un anno non ci fosse teatro, cinema, arte…

Accanto a Provinzano, c’è una specie di tigre: bellissima testa di Gorgone, occhi taglienti, sorriso spiazzante. È Chiara Muscato: l’avevamo notata nella Carmen di Emma Dante, poi vista con la sua compagnia “Quartiatri”, poi ritrovata in scena con Sabino Civilleri e Manuela Lo Sicco in Educazione fisica. È possente e poetica, fragile e intensissima: il suo parlare può essere aspro, addirittura cinico in alcune divertenti sequenze dello spettacolo; le movenze lievi ed eteree e al tempo stesso maschie, esasperate. Decisamente un'attrice che sa portare il peso e le contraddizioni di questo tempo rovente.
La dialettica tra i due in scena è mutevole, fatta di inseguimenti, confronti, scontri, giochetti anche inutili: fino alla geniale e semplicissima scena del duello finale.
To play or to die, che in fase di studio già aveva vinto il Premio dei giornalisti “giovani realtà del teatro” e la menzione speciale al premio “Dante Cappelletti”, è allora un debutto pieno di piccole e grandi invenzioni, di ingenuità e cose da sistemare, di slanci e timidezze. Ma forse anche per questo, più di tanti altri spettacoli ben confezionati, porta in scena il cupo orizzonte italiano.

Un’ultima nota, abbiate pazienza: ho visto To Play or to die al teatro San Giorgio, lo spazio gestito dal CSS di Udine (anche coraggioso coproduttore dello spettacolo). In cartellone anche Battiston, Ricci/Forte, Gob Squad, Belarus Free Theatre, Wim Vandekeybus, Antonio Latella e altri. E voglio davvero sottolineare la passione, la capacità, la qualità, la lunga militanza di questo gruppo di organizzatore e produttori. Il CSS ha una bella storia, ha saputo superare mille difficoltà: ora anche questa struttura deve fare i conti con la politica, con i tagli ottusi, con il pressapochismo di chi gestisce la cosa pubblica in Italia. E sarebbe un peccato che in un simile marasma, esperienze del genere debbano uscirne ridimensionate.

 Iscriviti alla newsletter

Vuoi essere sempre aggiornato? Iscriviti alla newsletter de Linkiesta.it .

Quando invii il modulo, controlla la tua inbox per confermare l'iscrizione

 Seguici su Facebook