Anamorfosi
3 Marzo Mar 2013 1533 03 marzo 2013

“Niente passa invano”

"E amore niente niente, amore niente passa invano/ nessun dolore, amore, amore niente passa invano".

Massimo Bubola, Niente passa invano

Quando ci si imbatte in certe canzoni bisogna ritenersi fortunati, perché nell’articolazione di tre parole, “Niente passa invano”, il cui risultato è una bellezza, passa forse l’insegnamento più importante di un certo lavoro su di sé. E non si tratta affatto di credere che le cose della vita siano tutte riconducibili ad un ordine perfettamente sensato, perché l’esperienza umana più autentica è piuttosto quella dell’assurdo, del non senso, ed è proprio con questa dimensione che è difficile convivere; rinunciare alla pretesa di assoggettare l’esistenza al regime della comprensione universale comporta lo sforzo di incontrare il proprio non sapere, il mistero dell’altro e delle sue parole scivolose, l’incognita di un futuro mai definitivamente garantito.

Il linguaggio non può imbrigliare nelle sue maglie tutta la complessità dell’amore che si ha e che si perde, del dolore che viene e che va, della vita che dà e che toglie come solo lei sa fare. Ed è questo il paradosso, che le parole non possano sempre regalare un guadagno di senso, nemmeno nell’esperienza di un’analisi anche lunga. È un tempo veramente perduto quello speso nell’abbaglio di questo miraggio inconsistente, che spesso si accompagna all’autoflagellazione fine a se stessa, alla rabbia muta che si fonda sulla certezza che la colpa sia di qualcuno, alla depressione che non è un vuoto, ma un tutto pieno di pensieri neri.

Niente passa invano se si sceglie di attraversarlo e di farsene qualcosa, anche se si è tentati dal comfort dell’autoperpetuazione delle proprie lacrime. È così che si inchioda il tempo, quando si cede alla fascinazione dell’immobilità, credendola molto meno faticosa del movimento che invece promuove la vita.

A questo servono dunque le parole dette bene: a differenza delle chiacchiere smontano le trappole delle illusioni.

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