Andrea Cinalli
Serialità ignorata
3 Marzo Mar 2013 0815 03 marzo 2013

Quando l'università era fatta di corsi ed esami. In tv

Altro che party, cazzeggio e sbronze: la vita accademica secondo J.J. Abrams e Ron Howard era un pesante fardello, di quelli che si alleggerivano capitolo dopo capitolo, esame dopo esame. Una concezione del tutto sorpassata?

Okay, ci siamo sorbiti festicciole con annesse sbronze epocali, amplessi estremi che culminavano in menage a trois, improbabili tombeur de femmes sempre a biascicare volgarità, rocamboleschi riti di iniziazione alle confraternite. Ma i libri? Dove sono finiti i pomeriggi (e le nottate) di studio alacre a costo di cavarsi gli occhi? Che fine hanno fatto i prof “bastardi”, quelli che agli appelli orali ti prosciugano avidamente le energie residue di un'estenuante mesata di studio e ti traghettano nel limbo del “dettaglio”, dove la possibilità di spaziare si riduce paurosamente e anche una sillaba errata può tradursi in un'istantanea bocciatura?

Gli autori delle serie di nuova generazione strizzano l'occhio al lato glamour della vita universitaria, dimentichi delle ragioni per cui hanno piazzato al college le proprie creature: il conseguimento della strabenedetta laurea, tanto per risaltarne lo svilimento e la riduzione a “pezzo di carta”.
In “Greek – La Confraternita” tutto è avvolto da una patina di spensieratezza e frivolezza, l'unico scorcio di (vera) vita accademica ce lo offriva Rusty, che aveva una passione smodata per l'ingegneria meccanica. In “Buffy l'ammazzavampiri”, l'omonima Cacciatrice era assorbita da minacce apocalittiche e lotte coi vampiri, tant'è che le sole lezioni cui presenziava erano quelle di psicologia, attestandosi su una media che avrebbe giovato persino di un 22. Figurarsi “Gossip Girl”, dove gli impegni universitari erano relegati al terzo, quinto piano, sepolti sotto robusti strati di trucco.

Per scovare uno straccio di affresco serioso, con giusto quel pizzico di pathos per conferire maggior credibilità ai protagonisti, bisogna guardare indietro, proiettarsi nei tempi in cui i social network erano fantasticherie che brulicavano nelle menti di uno sparuto gruppetto di studenti, i tempi in cui anche i nostri giovani potevano concedersi il lusso di sognare un impiego dignitoso. E i telefilm americani godevano di un discreto seguito nella nostra fascia serale, senza il rischio di retrocessione in seconda serata o cancellazione.
Classe '98, “Felicity” ha portato sugli schermi di mezzo Globo un universo studentesco realistico, su cui pochi hanno avuto l'ardire di romanzare (fra questi, chi se non Abrams, il papà di Lost?): si studia forsennatamente escogitando trucchetti per memorizzare formule chimiche; ci si confronta ripetendo in gruppo; ci si sostiene vicendevolmente nelle materie in cui si è meno ferrati; si metabolizza assieme l'ansia alla vigilia dell'esame; si esorcizzano i timori e le incognite che costellano il futuro accademico con uscite di gruppo, tra una chiacchierata e un film al cinema. E sì, hanno posto anche gli intrallazzi amorosi, diatribe di coppia e quant'altro, ma sono confinati a un misero cantuccio che è facile ignorarli.
“Felicity” è di quelle serie che rasserenano gli animi, che ti riscuotono dal torpore di una giovinezza depressa e di prospettive vacillanti e ti convincono che quello che fai è importante, al diavolo gli infausti presagi di economisti e politicanti pronti a schernirvi, te e la tua voglia di laurearti.

L'omonima protagonista, meglio nota come “selva di riccioli sfuggenti”, ha optato per la New York University per seguire la cotta del liceo, gettando alle ortiche tutti i piani elaborati. Quando questi le ha dato il due di picche, ha deciso comunque di restare ricusando gli agi della Stanford University garantitile da papà a suon di raccomandazioni. Ha piegato per la via più tortuosa: imparare a camminare con le proprie gambe lontana dal nido. Della meta finale poco le importava: le energie erano tutte orientate al percorso che si sbrogliava giorno per giorno. Perché, a conti fatti, è il viaggio che conta, che ti fortifica. Non il traguardo.
Ad averle dato volto, una carismatica Keri Russell, ora militante del KGB negli USA anni '80 di “The Americans”. A impersonare il moroso Ben era Scott Speedman, oggi chiamato alle armi nel corpo dei marine di “Last Resort”. Mentre il ruolo del confidente Noel è spettato a Scott Foley, recentemente avvistato in “True Blood 5” e “Scandal 2”. Poi c'è chi dice che l'istruzione non frutta più nulla...

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