Asia Files
8 Marzo Mar 2013 1615 08 marzo 2013

L'India e le sue donne. Annie Zaidi sulla condizione femminile

Ogni volta che uscivo di casa, un invisibile sospetto cominciava a serpeggiarmi dalle spalle alla schiena, facendomi irrigidire per l’apprensione. A seconda di quanto mi sentivo ottimista nei confronti dell’umanità decidevo, in un dato giorno, se per tornare a casa prendevo l’autobus o saltavo su un taxi. Nei giorni in cui il taxi proprio non me lo potevo permettere, aspettavo la fine dell’ora di punta, facendo passare un autobus dopo l’altro. L’attesa poteva essere sfiancante, ma era meglio che irritarsi per la rabbia e l’umiliazione, esperienza che avrei senz’altro vissuto in mezzo a quella calca.

Rabbia e umiliazione: sono questi i sentimenti della donna che sa già che un attimo dopo essere salita su un mezzo pubblico, verrà avvicinata da corpi maschili, toccata, schiacciata contro i finestrini di un autobus, violata nella propria intimità. Così Annie Zaidi, giornalista e scrittrice indiana, descrive nel suo I miei luoghi: a spasso con i banditi ed altre storie vere, l'angoscia del compiere un gesto semplice, quotidiano: tornare a casa.

Già dal racconto di Zaidi, di cui China Files ha offerto uno stralcio in occasione della giornata della donna del 2012 e pubblicato in Italia da Metropoli d'Asia, emergevano i tratti drammatici della condizione femminile in India, uno dei paesi con il tasso di sviluppo più alto al mondo e terza economia asiatica.

Ancor più se si pensa che in India, le disposizioni di legge circa quello che è definito "oltraggio al pudore di una donna" sono applicate in maniera poco efficace o, addirittura, non applicate per nulla. Inoltre, nel tentativo di limitare i danni, il governo ha finora, in un certo senso, accentuato quei caratteri di "società discriminatoria e segregativa per le donne", vietando loro, ad esempio, di lavorare nelle discoteche o limitandone gli orari in altri settori.

La questione femminile in India per mesi, forse anni, è passata sotto silenzio. Poi a dicembre, è esplosa una vera e propria bomba. Una ventitreenne viene aggredita da cinque uomini sull'autobus che avrebbe dovuto riportarla a casa, malmenata insieme al suo ragazzo, e violentata per circa un'ora e mezza. La giovane muore dopo pochi giorni nonostante il trasporto in una struttura ospedaliera di Singapore. La violenza dell'episodio ha scatenato un'ondata di proteste di piazza durata per due settimane circa. In centinaia di migliaia hanno chiesto al governo di Delhi di fare qualcosa per offrire maggiore sicurezza alle proprie cittadine e di non lasciare impuniti gli stupratori.

Annie Zaidi, che ogni lunedì racconta la "sua India" su China Files, in un'intervista esclusiva, aveva avvisato del pericolo in cui si trovano a vivere le donne indiane e mesi prima della tragedia della ventitreenne di Delhi, aveva abbozzato una soluzione. Che parta proprio dalle donne.

Bisogna iniziare a smettere di sentirsi in colpa o spaventate. Ci è stato insegnato che dovevamo prenderci la responsabilità di qualcosa che non è per niente sotto il nostro controllo. Di coprire i nostri corpi; di evitare di attirare l’attenzione attraverso le noste espressioni, parole, sguardi; di non uscire dopo che fa buio; di non uscire sole; di non parlare con gli sconosciuti; di restare buone se siamo molestate, perchè altrimenti potremmo subire effettiva violenza fisica. Ma tutto ciò non cambia niente.

Ci certifica solo che quelle di noi che possono permettersi di stare chiuse in casa, vivranno una vita senza gioia, intrappolate e piene di paura. Ci fa anche risentire per quelle donne che invece fuori ci vanno, e come gruppo iniziamo a incolparci l’un l’altra invece che dare la colpa a chi davvero ce l’ha – coloro che molestano le donne. Quindi il primo passo è vivere libere, dando un esempio a tutte le altre donne – che ciò è possibile. Che è desiderabile e giusto.

Un processo che deve partire dalle donne, ma certo non risparmia gli uomini indiani che dovrebbero imparare a

pensare ai bisogni degli altri; a ridere un po’ di più; a leggere di più; a risparmiare per i giorni più bui; a vestire più colorati; e a mettersi alle spalle il passato.

In occasione della giornata mondiale della donna, riproponiamo un passo da I miei luoghi.

Nonostante tutto questo tra i pugni tirati e l’aver imparato ad affrontare le cose, la mia vita è cambiata; non mi considererei mai una libera cittadina, e neppure con pari diritti. Mi è stata inculcata nella testa troppa paura, con troppe minacce concrete; e troppo spesso mi ritrovavo con un cumulo di sensi di colpa scaricato sulla mia porta di casa.

Perciò, la lezione successiva che ho imparato era un insieme di regole su tutti gli accorgimenti di sicurezza.

Imparare a non pensare mentre cammini. Se ti perdi nel tuo mondo interiore, qualcuno potrebbe fraintenderlo come un invito ad afferrarti qualche parte del corpo.
Imparare a non imboccare strade secondarie più tranquille e strette, più pittoresche e meno inquinate.
Imparare a camminare veloci. Lasciare che la postura faccia trapelare una meta precisa e una certa fretta.
Imparare a mostrare una faccia accigliata, per strada.
Imparare a non sorridere. Fissare la bocca in una linea severa finché non sembra pronta a staccare a morsi la testa a qualcuno.
Non fissare con aria diffidente ogni passante, potrebbe essere preso per un invito.
Imparare a guardarsi dietro le spalle.
Imparare a stare attenta quando superi una macchina ferma, con il motore in folle e uno o più uomini all’interno.
Imparare a stare lontana e a mettere più di un metro tra te e la portiera di quella macchina.
Imparare a non abbassare del tutto il finestrino quando dall’auto chiedi indicazioni.
Imparare a non scendere da sola nei seminterrati e nei parcheggi.
Imparare insulti sanguinosi; usarli.
Imparare a non dire "no" quando ti viene fatta un’avance in un posto isolato. Invece, con voce bassa e accattivante, inventare una scusa, qualcosa come: "Sono già fidanzata". Se messa all’angolo, dare un nome falso e un numero di telefono fittizio.
Imparare a non fidarsi dei poliziotti. Se avvicinata da uno di loro, fingere di avere un papà/nonno/zio ufficiale di polizia.

Non sedere da sola vicino al mare, o in qualsiasi altro posto, per più di dieci minuti.
Non andare da qualche parte da sola per guardare il sorgere del sole.
Non cantare, non sorridere, non agitare le braccia, né i fianchi.
Non indossare questo, né quello, né quell’altro e neppure quell’altra cosa ancora.
Non passeggiare al chiaro di luna.

Una lunga serie di divieti. Questa è la vita in un Paese in cui metà della popolazione viene sottoposta quotidianamente a un coprifuoco che non ha alcuna ragione di esistere se non un’indicibile paura.

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