(In)Clementi
10 Marzo Mar 2013 0756 10 marzo 2013

Il dòmino costituzionale tra nomina e giuramento (*)

Fra qualche giorno, il 15 marzo, verranno costituite le Camere con la loro prima riunione e, dopo la costituzione dell'Ufficio di Presidenza provvisorio, quello della Giunta provvisoria per la verifica dei poteri e la proclamazione dei deputati e senatori subentranti, avverrà la prima vera votazione: quella per l'elezione dei Presidenti delle Camere.
Con quel voto, avrà pieno avvio la XVII Legislatura, e si inizieranno a cogliere le scelte politiche di ciascun partito e i posizionamenti conseguenti in vista di quella specie di dòmino costituzionale che porterà a votare il Parlamento in seduta comune, a partire dal 15 aprile, per il rinnovo del Capo dello Stato, il cui mandato scade il 15 maggio.
Peraltro, proprio all’interno di questo percorso, la mancanza di una maggioranza chiara ed omogenea al Senato, in ragione dell’esito delle elezioni politiche, rende il percorso oltremodo complesso e articolato, non da ultimo perché le scadenze multiple rendono alcune “leve politiche”, come ad esempio l’istituto dello scioglimento parlamentare, sterilizzate in ragione dell’impossibilità del Presidente della Repubblica di poter sciogliere le Camere durante il c.d. semestre bianco (ex art. 88, c. 2 Cost).
Tuttavia, pur nell’ampio margine discrezionale che la Costituzione lascia al Capo dello Stato e alle prassi che nel tempo si sono via via consolidate, la formazione delle Governo ha un punto di certezza da cui partire: l’art. 92 della Costituzione. Al comma secondo, questo prevede che “Il Presidente della Repubblica nomina il Presidente del Consiglio dei ministri e, su proposta di questo, i ministri.”
Nello specifico, il procedimento, tra testo e prassi costituzionale, si articola in tre parti: la nomina, il giuramento e la fiducia. La nomina, come noto, è preceduta da un processo –le consultazioni- che, pur non essendo formalmente codificate, consentono al Presidente della Repubblica di sondare gli orientamenti delle forze politiche presenti in Parlamento al fine di individuare una personalità in grado di raccogliere un largo consenso. In tal modo, nel caso di un largo consenso, il Presidente può attribuire l'incarico di formare il nuovo governo; in caso contrario, di fronte ad un alto grado di incertezza, può optare per un mero incarico "esplorativo" -o pre-incarico- di tipo esclusivamente politico.
Se è verificata l’esistenza potenziale di una maggioranza politico-parlamentare, come noto, vi sono quindi: l’incarico, la nomina (art. 92 Cost.), il giuramento (art. 93 Cost.) e la fiducia (art. 94 Cost.); e poi, entro dieci giorni dalla sua formazione, il Governo appena nominato deve presentarsi ad entrambe Camere.
Va detto con grande chiarezza però che, mentre la nomina è sostenuta giuridicamente da un decreto presidenziale, un qualsivoglia altro tipo di incarico conferito dal Capo dello Stato ad una personalità, politica o “tecnica” che sia (da un mandato esplorativo, al pre-incarico fino ad un incarico tout court), non è supportato da alcun atto giuridico formale: esso viene espresso a voce dal Presidente e poi “certificato”, in genere, attraverso un comunicato stampa della Presidenza della Repubblica. L’assenza formale di un atto di incarico, naturalmente, rimarca la scelta presidenziale di chiedere la verifica preventiva dell’esistenza potenziale di una maggioranza politico-parlamentare, prima di porre in essere l’atto giuridico, costituzionalmente previsto, della nomina. In assenza quindi di una nomina formale, ogni procedura posta in essere dal Capo dello Stato rientra nell’alveo dell’attività politico-costituzionale sua propria ed è senza rilievo vincolante, rivestendo ed investendo la sua responsabilità esclusivamente nel caso in cui questi decida di trasformare quella richiesta di verifica politica in una nomina formalizzata ai sensi dell’art. 92 della Costituzione.
Ne consegue quindi che solo quando l’incarico si trasformerà in nomina, il governo dimissionario di Monti sarà ufficialmente decaduto, posto che al decreto di nomina del Presidente del Consiglio, che è controfirmato dal Presidente del Consiglio nominato per attestare l'accettazione, corrisponde anche quello di accettazione delle dimissioni del Governo uscente, controfirmato anch'esso dal Presidente del Consiglio nominato, oltre che, evidentemente, quello di nomina dei singoli ministri.
Per cui, nessuna pressione può essere esercitata sul Capo dello Stato in quanto, fino alla nomina, questi è il dominus del processo di formazione del Governo.
Prendere atto di ciò, può portare, quanto prima, alla necessaria governabilità.

@ClementiF

Articolo uscito per "Europa Quotidiano" il 9 marzo 2013 (p. 1) - link:

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