Giulia Valsecchi
Cineteatrora
12 Marzo Mar 2013 1229 12 marzo 2013

Il sogno lucido prima della catastrofe

Il dolore degli altri e i morsi della fame psichica. L’ironia lecita e il cinismo più assurdo. Sono alcuni tra i rovelli della drammaturgia di Rafael Spregelburd, i principi d’attrazione per un teatro cerebrale e per quella dimensione aperta, squadernata perché folle del conflitto generazionale e umano. In scena si divincolano presenze che giocano perennemente tra un surreale non sempre confortevole e un reale che deprime forme e attitudini.
Nella tela di Lucido, copione che affronta in maniera tortuosa i vincoli dell’immaginazione sovrapposta al mondo, lo scambio perenne è tra vite sospese in sogno e il respiro tronco dei viventi che si azzannano a colpi di rimostranze, false pretese su cui Luca, presunto dominatore degli esiti, fa calare un’atmosfera ideale e tuttavia in graduale peggioramento. Come a voler segnare l’impossibilità di una barriera effettiva tra il detto e la sua proiezione, tra la fatica delle dietrologie e i rimbalzi di una catastrofe familiare prossima a mostrarsi nella eco tormentata e paradossale di una madre.
Se la trama decreta l’unico scarto e avanzamento nel ritorno a casa di Lucrezia, sorella di Luca, dopo quindici anni di assenza e lettere senza risposta, l’archetipo teatrale dell’irruzione nel quotidiano apparentemente stabile serve da rilancio del passato. Là dove le memorie più aspre si sparpagliano nelle versioni di ognuno e nella svagatezza umorale della capo famiglia in cui si condensano rimpianti, possessi insensati della roba e bisogno di far venire a galla tutte le recriminazioni che, dal giorno del trapianto di rene subito da Luca, per il tramite e “prestito” di Lucrezia, ha visto spezzarsi matrimonio e fratellanza.
La scena si inquadra dunque in uno spaesamento congenito al sogno, come alla difficoltà di far combaciare i lembi delle volontà con quelli delle economie e dei rapporti di famiglia. Lucrezia è descritta come una belva assatanata pronta a richiedere il proprio rene per il marito ricoverato in ospedale, ma nessuno è mai quel che sembra. Nessuno sembra aver compreso nulla per anni e l’altro archetipo scenico dell’equivoco fa da schermo alle verità utili a rompere la bolla del ristorante sognato da Luca.
Tre gli invitati dell’unica famiglia alla cena delle ceneri, dove un cameriere impotente cerca di convincere i commensali a scommettere sulla pietanza di tradizione, il fallimento è alle porte. La madre denigra pasti e modi e i figli si rompono la testa in cerca di una pace inarrivabile, la stessa che Luca implora vanamente da uno psicanalista gestaltico che gli fa indossare abiti e accessori della genitrice colpevole di averlo fatto sopravvivere dopo i dieci anni e un’operazione malsana.
Ecco che lo scatto dal ristorante inesistente alla faccenda ordinaria e detestabile del presente pone le basi sia di un’angoscia mitigata dalle battute, sia di una distanza imposta da disagio e scontro diretto. La compagnia Costanzo/Rustioni ha a questo proposito il merito di riaprire il vulcano e far eruttare tutte le vendette con pochi mezzi che non siano le diagonali dei corpi e l’uso di una parola stracolma di debiti ancora da pagare in termini di sangue.
Quel che alla scrittura di Spregelburd manca invece in termini di appartenenza terrena ai personaggi si declina in sconfinamento nel delirio. Una deriva strutturale che in Lucido trova posto nell’immagine degli ufo e della fuga metaforica verso la luce, entrambe tradotte esemplarmente dalla precisione sofferta di Antonio Gargiulo, che fa esplodere la rabbia di Luca, fino a spegnersi nel buio della stanza dove l’intensità prima distratta e poi prostrata della madre, Milena Costanzo, fa da leva alle altre voci. Così la delicatezza nervosa di Maria Vittoria Scarlattei anima una Lucrezia che, come l’onestà di Dario-Nestor di Roberto Rustioni, non è né salva, né tantomeno esclusa dai vortici mentali.
Resta invece il motivo letterario e simbolico di Piccole donne nell’interno vuoto e incurabile della madre, di fatto vedova dei propri figli: l’istinto a fuggire da una causa giudiziaria senza fine per negligenza supposta dei medici e così da ogni altro incubo prova, forse, che è lucido soltanto chi accarezza il petto della verità letta tra le righe di un intreccio.

COSTANZO / RUSTIONI

LUCIDO

Vincitore premio UBU 2011 Nuovo testo straniero

testo di Rafael Spregelburd
traduzione di Valentina Cattaneo e Roberto Rustioni
regia Milena Costanzo e Roberto Rustioni
con Milena Costanzo, Antonio Gargiulo, Maria Vittoria Scarlattei, Roberto Rustioni
assistente Elisabetta Carosio
oggetti di scena e costumi Katiuscia Magliarisi
luci e fonica Luca Pagliano
in collaborazione con Olinda e Fattore K

Proposto in replica il 9-10-11 marzo 2013 presso PimOff Milano

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