L’Ossservatore carioca
13 Marzo Mar 2013 1147 13 marzo 2013

Bollani: un hangar, il Brasile e il puro sentimento del jazz

Sono sospetto, mi rendo conto, per dirlo: ma la massiccia dose di Brasile nel doppio concerto di Stefano Bollani di ieri all’Hangar Bicocca mi riempie francamente il cuore. Per tante ragioni: la prima è perché c’erano, secondo gli organizzatori, circa duemila persone che in religioso silenzio hanno assistito allo show. Seduto e in piedi, distribuito intorno alle installazioni torreggianti di Kiefer, il pubblico ha seguito la prima parte in solo di Bollani e poi la seconda, quando il pianista è stato affiancato dai danesi Jesper Bodilsen (contrabbasso) e Morten Lund (batteria).

Oltre due ore di musica durante le quali Bollani ha ribadito la sua versione della faccenda: vestito come a un pranzo domenicale in famiglia, ha cominciato liberamente suonando Ligia di Antonio Carlos Jobim e continuando con Chega de Saudade: e io ero felice. Soprattutto percependo, nell’energia della gente seduta intorno, il piacere di ascoltare questa musica meravigliosa che non tramonta mai e il continuo omaggio che Bollani rende a Tom Jobim (lo farà anche nel secondo tempo, con Retrato em branco e preto, che alcuni chiamano Zingaro).

Il trio di Bollani è senza dubbio figlio di Bill Evans, Paul Motian e Scott La Faro, se proprio volessimo inquadrarlo dal punto di vista critico. Ciò significa che le parti sono quasi irrilevanti, ma tutto si fonda sul dialogo continuo, sul gioco, sull’improvvisazione che significa innanzitutto ascolto, intuizione, generosità, aprirsi all’idea del prossimo, e ascoltare ancora. Per questo ha ragione Bollani quando dice che, quando funziona, il gruppo jazz è “la società ideale”. Perché dal buio si entra nella luce, ci si ascolta, e si da vita a qualcosa che prima non esisteva.

Non importa che Jobim abbia scritto Ligia nel suo appartamento di Ipanema cinquant’anni fa: nell’hangar di Sesto San Giovanni quella canzone d’amore contrariato e bugiardo (Non ti ho mai sognata, non sono mai andato al cinema, non mi piace il samba non vado a Ipanema, non mi piace la pioggia non mi piace il sole) quella canzone si affaccia per la prima volta al mondo, ed è la magia del jazz.

Il jazz che torna come in una epoca d’oro: duemila persone in silenzio le faceva Duke Ellington, le faceva Frank Sinatra con Liza Minnelli e Sammy Davis Jr. E proprio Sinatra fu uno dei primi a percepire la grandezza della musica di Jobim, quel respiro di swing monumentale, una sorta di immensa casa (il Brasile, in fondo) nella quale si può entrare da infinite porte, uscirne quando si vuole, immaginarla da lontano, arrivarci attraverso un bosco, abitarla, o raggiungerla per mare, ripartire, e morire di saudade.

Nello stesso modo la interpreta Bollani e la porge delicatamente al pubblico: come sul palco di Sanremo, anche ieri ha suonato – ma in modo completamente diverso, in trio – il vecchio “choro” di Ernesto Nazareth, Apanhei-te cavaquinho, un brano del 1914, e poco dopo Roma nun fa’ la stupida di Armando Trovajoli, e poi Come prima, più di prima, canzoni che resistono al tempo come fossero classici di Cole Porter. E il pubblico trattiene il respiro.

L’arte di Bollani: attraversare una grande casa di stanza in stanza, di vento in vento. Il jazz non ha più bisogno di essere spiegato. Il jazz, lo dice sempre lui, è come la vita. Tutti sappiamo, in fondo, cos’è.

(Nella foto, Stefano Bollani a Rio nel 2006, ©AlbertoRiva)

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