Stefano Rolando
Buona e mala politica
16 Marzo Mar 2013 1608 16 marzo 2013

Commento a Salvati. Populismo e domanda di politica

C’è un passaggio, nel commento di oggi di Michele Salvati (Corriere della Sera, pag. 60) attorno ai profili della cosiddetta “ondata grillina”, che va segnalato per riportare la discussione dai caratteri tattici (il voto grillino serve) ai caratteri strategici (come fare transizione e non stagnazione con il quadro della rappresentanza politica che gli italiani hanno voluto). Il passaggio è questo: “In che cosa la seconda ondata, quella di Grillo, si distingue dalla prima, da quella di Bossi e Berlusconi? Alcuni aspetti sono comuni e tipici di tutti i movimenti populistici. Il manicheismo: popolo buono, classe politica cattiva, se vaian todos! La semplificazione: la politica buona è una politica facile, non un faticoso compromesso tra interessi e ideali divergenti”.

Quattro righe di illuminante sintesi. Ho provato nel recente saggio La buonapolitica (Rubbettino, 2012) a ricordare a me stesso e al dibattito in corso che la mala politica non è un’offerta indipendente da una cattiva domanda di politica. E che tale domanda genera da un’evoluzione sociale in cui le istituzioni laiche (purtroppo anche la scuola) hanno perso il radicamento e la presa culturale nei processi di socializzazione da cui si generano connotati, individuali e collettivi, che chiamiamo civili.

Popolarizzando molto meglio di me questo concetto Claudio Bisio ha dedicato, durante il Festival di Sanremo, una eccellente omelia laica all’idea che “dovremmo davvero mandarli tutti a casa”. Ma non i soliti politici rei ormai di tutto. Ma gli elettori, i cittadini, il popolo sovrano. Quelli che hanno il potere di scelta e che il marketing (quello commerciale e quello sociale) consentono di caratterizzare con precisione: a fine 2012 (dati Ipsos) solo il 36% degli italiani dichiarava disponibilità alla vera battaglia per recuperare l’evasione fiscale. Eccetera.

Nella perdita di cultura civile diffusa sta anche l’idea della “politica facile”. Che sposta la cultura del conflitto da un fattore essenziale nel processo di sviluppo, perché fisiologico ma anche fisiologicamente governabile in una visione maturativa del rapporto – come dice Salvati – “tra interessi e ideali”, a un fattore coreografico, esterno, comunicativo. Un fattore coso mai utile a costruire consenso attorno alla legittima indignazione più che a conferire risorse per la governabilità, istituzionalmente responsabile, delle condizioni stagnanti, arretrate, immorali, tanto dell’economia quanto della valorizzazione della democrazia.

La transizione, allora, non passa più per scelte di Palazzo. La terza Repubblica non arriverà, come la Seconda, in uno schema gestibile tra il transatlantico e la bouvette. La dominante populistica delle Seconda Repubblica avrà ancora la sua inerziale e pericolosa influenza fino a che il rimescolamento delle carte dei soggetti che si incaricano di promuovere la partecipazione politica (partiti “affamati” e ricondotti al lavoro sociale, civismo organizzato sferzato attorno a valori generali e non micro-settoriali) non avrà espresso risultati evidenti dal punto di vista della riqualificazione della domanda di politica. Un processo dal basso che ha ispirato le mosse delle campagne elettorali di Giuliano Pisapia a Milano e di Umberto Ambrosoli in Lombardia ma, in verità, ancora – oltre che con esiti diversi - con un pensiero teorico fragile, con infrastrutture partecipative deboli, con insufficienza comunicativa e con una certa solitudine nel quadro nazionale.

(stefano.rolando@gmail.com)

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