Il Tagliaburro
16 Marzo Mar 2013 1555 16 marzo 2013

I Marò da Nuova Delhi a Roma. Passando per Cartagine


Capolavoro o tradimento della parola data? Strategia raffinata per liberare due prigionieri, e senza colpo ferire, oppure lesione inaudita alla credibilità di un popolo (il nostro)?
Nel caso dei due Marò trattenuti in Italia dopo che l'India non si decideva a non trattenerli più, i giudizi sono ambivalenti. E non vorremmo mai essere familiari dei pescatori morti né tantomeno i due fucilieri di Marina. Se innocenti, hanno passato un anno di inferno. Se colpevoli, hanno le fiamme nel loro passato.

Ad ogni modo, e qualsiasi dubbio si abbia, qui l'italica astuzia ha mostrato una malizia indubbia.
La libera uscita dall'indiana prigione, concessa a Natale per la festa nello Stivale, e il ritorno con giuramenti e cauzioni e parole date. Rispettate.
E poi il provvidenziale febbraio elettorale, la parola data e non rispettata e gli indiani che staranno ancora a chiedersi se la penisola doveva compiere il proprio rito democratico proprio nel 2013 e per giunta in un inedito febbraio.
Sembra esser stato uno stratagemma ben congegnato. Un buffetto ad una guancia e un cazzotto sull'altra. La parola data mantenuta dapprima per dimostrarne l'affidabilità, tradita poi una volta guadagnata la credibilità.

Guerra e diritto, diplomazia e diritto: è un rapporto dalla lunga memoria, e figuriamoci in tempo di pace. Alle insidie cartaginesi e alla “Punica perfidia” (che in realtà forse ebbe origini greche), ricorda l'autorevole storico Giovanni Brizzi, Roma rispose con l'etica della Fides, quella concezione “cavalleresca” della guerra del tutto incompatibile con il ricorso a menzogna, frodi ed espedienti.
Questo valore antichissimo della Fides fu ciò che rese Roma veramente Roma, non fu il suo valore militare. Che di sconfitte in battaglia anzi non fu priva, l'Urbe. Ciò che rese grande Roma fu dunque la sua dimensione politica, non quella militare, sostiene Brizzi.

Si perdoni la disinvolta connessione storica. Si vada oltre la necessaria neutralità di chi non si sbilancia in giudizi sul "caso Marò" che vadano oltre la propria umana empatia di cui sopra, per tutti i protagonisti.

Comunque, un fatto è innegabile. Non siamo (più) a Roma. Neanche se stiamo a Roma.

 Iscriviti alla newsletter

Vuoi essere sempre aggiornato? Iscriviti alla newsletter de Linkiesta.it .

Quando invii il modulo, controlla la tua inbox per confermare l'iscrizione

 Seguici su Facebook