Andrea Porcheddu
L’onesto Jago
18 Marzo Mar 2013 1652 18 marzo 2013

La scena intelligente di Camilla Cederna

Capita, sempre più spesso, di sentir dire: "quanto ci manca Pasolini!" con un misto di nostalgia e compiacimento. Certo, manca - come mancano artisti e intellettuali scomodi in questo mondo di pretini allineati.
Ma a me, se dovessi essere sincero, più che Pasolini mancano, tanto per dirne un paio, Flaiano e Fellini... Pure Mastroianni, toh!
E se devo essere ancora più sincero, in questo empireo di nostalgie c'è anche Camilla Cederna.
Che fosse una giornalista puntuta, addirittura acida, è noto. Ma che avesse avuto la pazienza, la voglia, la lucidità di raccontare questo bel paese dagli anni del fascismo sino all'altro ieri, molti lo hanno forse dimenticato. La Cederna è stata molto più che una semplice cronista di "costume". È stata giornalista vera, femminile e femminista, impegnata e strafottente, militante e snob, curiosa e infaticabile. Soprattutto intelligente. Di quella intelligenza arguta, raffinata, aguzza che si riversava nei suoi articoli con smalto, freschezza, ironia. Che la Cederna potesse suscitare l'interesse del teatro italiano era prevedibile: anche se sino ad oggi, a quel che mi risulta, ad occuparsene è stato prevalentemente Paolo Poli, amico della Cederna, che ne ha fatto un personaggio "dei suoi" accentuandone la verve caustica e mondana.
Bene hanno fatto, allora, il regista e drammaturgo Giulio Costa e l'attrice Maura Pettorruso, a riportare alla ribalta gli scritti della Cederna, utilizzandoli per costruire una veloce e implacabile contro-storia d'Italia. Ne è emerso, dunque, un lavoro dal titolo indicativo di Nostra Italia del Miracolo, andato in scena nel teatrino SpazioOff di Trento, prodotto da TrentoSpettacoli e Arkadis, di fronte a un pubblico attento e divertito. È un collage di frasi, suggestioni, freddure, aforismi, inchieste, disseminati nella miriade di articoli scritti dalla giornalista. Un raffinato percorso drammaturgico, dunque, che si apre con l'eterno fascismo italiano - processo e condanna per aver parlato male del "grade timoniere" - attraversa la ricostruzione del dopoguerra (con rimandi anche a Toscanini e Strehler); il boom economico; le eccentricità dei salotti borghesi; gli anni di piombo - con le pagine aspre su Piazza Fontana, Pinelli, e con il duro carteggio con Indro Montanelli - per lambire l'avvento di Berlusconi e la fine ingloriosa della politica italiana. Ma c'è spazio anche per raccontare un mattatoio modello, il giro d'Italia, Enzo Ferrari, la "scomparsa" delle sartine e, sempre e più di ogni altra cosa, la "sua" Milano. È il racconto di un'Italia, insomma, com'era e come è: vista con guizzi e pennellate da una donna intelligente, coraggiosa, colta. Cederna non le mandava a dire. Scriveva tutto, da vera giornalista (ecco, un'altra pratica piuttosto rara, oggi...).
Lo spettacolo vive di pochi elementi: una brava interprete e un bel testo possono bastare. La scelta registica di Costa, infatti, è di ridurre al minimo tutto. Conosciamo il percorso di questo giovane artista: a metà tra il minimalismo calvinista di un Massimiliano Civica, e l'interrogativo ipotetico costante di alcuni lavori di Fabrizio Arcuri, il regista Costa ha firmato micro-spettacoli di grande ironia, come un ciclo di allestimenti sul "lavoro nel contemporaneo" di grande sagacia (dall'insegnate che in un'ora deve fare tutte le materie del programma; alla guida turistica che deve presentare una città ormai inesistente; al prete alle prese coi fedeli). Qui guida con sapienza l'attrice Maura Pettorrusso verso una interpretazione quasi quotidiana, volutamente scarnificata, semplice. Lei - che abbiamo notato in prove precedenti all'insegna dell'espressionismo, quasi della biomeccanica, in spettacoli come Stanza di Orlando o nell'opera techno Elektrika, scritti e diretti da Carmen Giordano - svela grande umanità, raffinata femminilità e eleganti doti d'attrice. Basta un cenno della mano a raccontare un contraddittorio anche aspro, o pochi tratti per cambiare un decennio. Poi, con un gesto reiterato, la Pettorrusso manda al macero fogli di giornale, dai quali sembra "leggere" gli articoli della Cederna: li passa in un tritacarta, a ricordare - semmai ce ne fosse bisogno - che con i quotidiani, normalmente, ci si incarta il pesce. Cartastraccia: non resta nulla di quel gran lavoro di scrittura, memoria, testimonianza, racconto, passione. Non resta nulla di quell'intelligenza. Se non tanta nostalgia: davvero, vien da pensare, quanto ci manca, la Cederna...

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