Gaetano Farina
Leggere il mondo
18 Marzo Mar 2013 0952 18 marzo 2013

L’architettura come riflesso del Potere

Mossa opportuna, quella di Laterza, di ripubblicare (in versione economica) il saggio “Architettura e Potere” di Deyan Sudjic, proprio in un momento in cui si fa sempre più urgente (e disperato) l’appello a salvare il paesaggio - compreso quello della nostra penisola - dalla cementificazione, dalle speculazioni immobiliari, dall’avanzata, che pare inarrestabile, dei centri commerciali, dai grattacieli “american style” che stonano con l’architettura aulica delle città italiane, da ogni sorta di interesse privatistico di cui sarebbero espressione, per molti, anche le varie infrastrutture per l’alta velocità.

Critico di architettura per l’Observer e direttore del Design Museum di Londra, Sudjic dimostra in queste 350 pagine che anche una disciplina, un’arte nobile quale è l’architettura può assumere caratteri mostruosi se piegata alle logiche del potere, non solo quello dittatoriale, ma anche quello democratico. In uno stile che rinuncia all’accademismo puro e, quindi, piacevole, brillante, agile e scorrevole, l’autore propone, infatti, una serie di storie e storielle, aneddoti, gossip, a volte esilaranti, su come il potere imponga il proprio marchio sulla città. E, contemporaneamente, grazie alla ricca e precisa documentazione di cui si avvale, il libro si rivela una finestra storica sulle vicende dei maggiori architetti del XX secolo, da Speer a Piacentini, da Mirales a Meier.

Più che agli interessi commerciali, Sudjic è, però, orientato ad analizzare le manie, le esigenze di autocelebrazione, le visioni ideologiche, spesso sconfinanti nella psicopatologia e nel fanatismo, di imperatori, re, zar, leader autoritari, principi, dittatori e potentati di ogni tipo che hanno condizionato e plasmato le architetture del mondo. E di cui gli stessi architetti sono stati complici, pur di poter lavorare e godere di ingenti risorse per esercitare la propria professione: "in ogni cultura, per poter realizzare le proprie creazioni, gli architetti hanno dovuto stabilire un rapporto con i ricchi e i potenti. Nessun altro ha infatti le risorse per costruire. E il destino geneticamente predeterminato degli architetti è fare qualsiasi cosa pur di costruire”.

Il saggio di Sudjic è, quindi, prima di tutto, la storia di come l’architettura, e i suoi maggiori interpreti, abbiano alimentato l’ego dei padroni del mondo tanto da poter sostenere che “i ricchi e i potenti hanno dato forma al mondo intero”.

Per Sudjic, come argomenta nell’ultimo capitolo, si tratta quasi di una malattia incurabile:“molti imperi sono caduti dopo che i loro governanti avevano finito di costruire una sontuosa capitale, all’apparenza per il bene della nazione, ma con ogni probabilità per incarnare e glorificare il loro regime”. E ancora oggi, nei nostri “regimi democratici”, seppur gli esempi non siano minimamente paragonabili a quelli delle epoche passate, non si tratti più di modellare interi villaggi e città, di costruire templi, castelli, cattedrali, altari, l’erezione di statue e grattacieli, la costruzione di un ponte, di un centro commerciale, la stessa pianificazione urbana possono essere il frutto di una “visione del mondo” e rispondere alle esigenze dei centri di potere.

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