Marco Fattorini
Million Dollar Play
21 Marzo Mar 2013 1013 21 marzo 2013

Mennea: una vita di corsa, chiusa fuori dal Palazzo

Il tempo di 19" e 72 gli è valso un record mondiale per diciassette anni ed uno europeo che prosegue tuttora. Parliamo del primato dei 200 metri piani che Pietro Mennea portò a casa nel 1979. La Freccia del Sud è partita da Barletta e si è fermata a Roma all'età di 61 anni, dopo una vita ricolma di gloria sportiva e rimpianti postumi. E' stato uno dei pochissimi a "durare" con i suoi record, forse l'unico ad essere citato a distanza di anni per le imprese su pista, di fronte agli energumeni di colore e ai fenomeni dell'Est.

Eppure Mennea, tre medaglie olimpiche, tre mondiali e sette europee, non ha mai campato di rendita. Si è laureato in scienze politiche, in giurisprudenza e in lettere. Ha esercitato la professione di avvocato, commercialista e revisore contabile, ha insegnato all'Università, messo in piedi una Fondazione e scritto parecchi libri. Immancabile l'esperienza politica al Parlamento Europeo.

Uno sportivo vecchio stile. Uno che leggeva quattro quotidiani al giorno (ok la Gazzetta, ma pure Corriere, Repubblica e Sole), schieratosi contro le Olimpiadi di Roma 2020 perché "un'Italia in queste condizioni economiche non poteva permettersele". Uno che alla vigilia di Londra 2012 evocava una "bella legge europea anticorruzione in modo che i soldi elargiti ai territori non vadano perduti". Ma anche uno dei pochi atleti a sollevare il problema tutto italiano per cui "lo sport d'elite dipende dai gruppi militari, senza è nulla".

A detta di molti, Mennea avrebbe potuto portare una sana dose di know how nei palazzi dello sport. Eppure le porte del Coni le ha trovate sempre chiuse, salvo quando si trattasse di celebrarlo per quello che era stato e non per quello che ancora poteva essere. "Appena ho anche solo manifestato un interesse per un incarico - raccontava - hanno fatto quadrato contro di me, nel 1994 stavo riflettendo su una mia candidatura per la Federazione di Atletica. Bastò che dicessi 'vorrei, desidererei' che tutti i piccoli arrampicatori del tempo si schierarono contro di me e da allora ho preferito abbandonare ogni proposito".

Col senno del poi e con gli epitaffi da scrivere, la beatificazione è dietro l'angolo. Resta però il dubbio che Mennea potesse essere, per il suo bagaglio umano e culturale, uno dei professionisti giusti per la cura da cavallo di cui necessita lo sport italiano. Negli ultimi anni ha fatto un passo indietro, declinato inviti e salutato tutti con sufficiente distacco, senza però rinunciare a evidenziare i punti critici del carrozzone nostrano. "Sa quanti impiegati ha la federazione giamaicana di atletica, una delle prime al mondo? Tra i 6 e gli 8, l'Italia non credo ne abbia meno di 50-60", diceva nell'ottobre scorso a Repubblica.

Se la prendeva con la politica, "che si serve dello sport per attingere ai suoi voti", col sistema elettorale degli organi sportivi, sottoposti al veto dei poteri forti di "gruppi militari e Cus", senza dimenticare il ricambio generazionale. "E' mai possibile che a capo di una federazione ci siano sempre le stesse persone? Ci sono ancora alcuni dirigenti di quando correvo io". Chissà che la camera ardente allestita per lui alla sede del Coni non generi uno scatto di orgoglio, una spinta di dignità tra i burocrati. Di immortale, là in mezzo, c'è solo la Freccia del Sud.

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