Non sopporto le critiche!
22 Marzo Mar 2013 1039 22 marzo 2013

Il Signore del Venerdì: lo spettacolo elettorale

C’era una volta, in un paese non molto lontano, un uomo.
Viveva vicino al mare, in un posto spazzato dal vento odorante di salsedine, quelli dove viene più facile, quasi naturale, pensare. Quelli dove ti viene anche più facile incazzarti, perché dopo tre mesi che guardi il mare e ti fissi negli occhi con un gabbiano, qualcosa ti gira anche male.
Tutti i suoi amici lo conoscevano per il suo saper essere divertente e il suo saper portare una risata.
Sempre più spesso, a un certo punto, cominciò ad uscire dal suo paesello, perché molta altra gente aveva sentito parlare di lui, molti altri volevano ridere ed essere felici.
Andava di città in città, portando ilarità ed allegria.
Lungo il suo girovagare, si rendeva conto che le persone erano contente nel vederlo, venivano ad ascoltarlo raccontare storie che li potessero distrarre per un attimo dai problemi quotidiani.
Un bel giorno, dopo uno spettacolo dove moltissime persone erano accorse, si ritrovò seduto sul lungomare, a notte oramai inoltrata, a fissare le onde. Gli tornò in mente il passato, il paesino da cui era partito e dove amava ogni tanto tornare. Vide un cormorano, tre alghe ed un granchietto, e gli balzò alla mente una domanda che gli sembrò legittima: “Faccio ridere le persone, perché non diventare Sovrano di tutto ciò che sta in terra e nell’acqua?”.
Da quel giorno la sua vita cambiò, anche se nessuno se ne accorse. I suoi spettacoli cambiarono, anche se nessuno se ne accorse. Raccontava sempre storie, ma si erano focalizzate su argomenti impegnati. Nessuno se ne accorgeva, in realtà, perché ogni tanto, con un vaffanculo, tutti si ride e non si bada più molto al contesto. Tutta la gente continuava ad andare ad ascoltarlo perché lui li aveva sempre fatti ridere, ed a questo loro erano affezionati.
Via via che, nei suoi spettacoli, aumentava l’impegno sociale, aumentavano esponenzialmente i vaffanculo, tanto che il “prima di tutto, vaffanculo” era ormai diventata la risposta standard ad ogni conversazione.
I fedeli spettatori non capivano ormai più molto del resto dei discorsi, ma l’intercalare colorito faceva sempre passare tutto in secondo piano. Si racconta di coppie sposate che hanno riparato i loro tradimenti con un vaffanculo, di studenti universitari che alla scena muta in sede d’esame accennavano un timido “vaffanculo?”.
Sempre più contento del successo dei suoi spettacoli e sempre più convinto della sua legittimazione a divenire sommo oracolo degli esseri umani, l’uomo di mare cominciò a dare segni ineluttabili della sua superiorità, passeggiando sul tanto amato bagnasciuga dentro uno scafandro da palombaro del secolo scorso che lo isolava dalla vile plebaglia corrotta ed affidando al fido e mai dissenziente computer le sue confidenze sul senso dell’universo.
Finché un bel giorno i sogni del nostro uomo si avverarono, e si presentò alle elezioni del Consiglio imperiale, vincendole. La reincarnazione divina che a lui sembrava competere si stava materializzando.
Ha sempre fatto ridere, dicevano i suoi spettatori che gli avevano dato fiducia. Ma cosa vuole, in conreto? Dicevano i detrattori. Vaffanculo tutti, lui è meglio! Rispondevano piccati gli spettatori. Convinti della validità e della solidità di una risata, anche gli indecisi, allora, si dissero che in effetti forse andava bene così.
Seguirono proclami di vittoria, concertazioni con le forze del male, esaurimento delle mute da palombaro della grande guerra nei negozi, inseguimenti per le vie della capitale imperiale, lacrime di vaffanculo.
Anche se gli spettatori di sempre, ora un po’ turbati, si chiedevano se i suoi spettacoli facessero ancora così ridere.

L’incertezza è il peggiore dei mali, fino al momento in cui la realtà ce la fa rimpiangere.” (Alphonse Karr)

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