Giulia Valsecchi
Cineteatrora
22 Marzo Mar 2013 1555 22 marzo 2013

L’Eden armeno è un deserto di stracci e un cielo di valigie

«Ma perché della Shoah si ricordano tutti?» chiede Nina ad Aram nel tentativo di risalire a una storia che in fondo già conosce. Il suo vero nome è Antonia, ma per tutti esiste come Nina e va in cerca di notizie sul popolo armeno con l’abitudine di ripetere le frasi al contrario, o di fondere i proverbi l’uno nell’altro. Non è un dispetto, ma una pratica simile al bisogno di raccogliere risposte in un diario. I catini della memoria vengono continuamente travasati l’uno nell’altro finché c’è tempo e non si esaurisce la volontà di domandare ragione del silenzio su una tragedia immane, una voragine in cui sono stati gettati armeni e curdi, un orrore che si può allontanare per poco coi precetti e gesti di una cucina millenaria.
1.500.000 morti la cifra costata a Orhan Pamuk e, con lui, a un nutrito gruppo di intellettuali turchi la minaccia perenne, la vita intera - come per Hrant Dink, direttore della rivista turco-armena Agos ucciso nel 2007 - o le condanne penali dovute all’ammissione di una strage per mano dei Giovani Turchi nel 1915. Difficile marcarne i bordi ora che l’Armenia si è riprodotta sulle carte geografiche in una repubblica snudata come un’arma che nessuno vuol ammettere di possedere, un brandello d’Europa e un mondo di profughi sparsi dal giorno delle peregrinazioni nel deserto siriano e dei massacri perpetrati dal nazionalismo turco. Lo stato immenso doveva realizzarsi senza contaminazioni di etnie cristiane e, per chi è sopravvissuto fuggendo, le tracce sono famiglie spolpate, divise da migliaia di valigie appese a un cielo che il teatro si decide talvolta a ospitare.
Una cena armena di Paola Ponti, per la regia di Danilo Nigrelli che interpreta con estremo garbo, giustificato rancore e devozione l’isolamento di un armeno, fa sì che nel rimestare il grano per la preparazione del burghul o degli involtini in foglie di vite passino quei termini scomunicati dalle politiche e dai manuali. Condividere il pane è trascrivere nell’atto e nella sacralità dell’ospite il discrimine violento del genocidio, la massa di abiti in cui corpi vuoti si trascinavano lontano già calpestati, scalciati via come peste apolide ben mascherata dalle orazioni dei leader massimi.
E Nina non può fare a meno di chiedere ad Aram di quelle immagini scattate da un ufficiale tedesco, nella sua ingenuità sconvolta si svela presto anche l’equivoco teatrale, lo scambio di persona eppure la capacità di far riaffiorare il sogno persistente di Aram con vassoi colmi di cibo da distribuire agli armeni affamati. I confini con la Georgia, la Turchia, l’Iran e l’Azerbaijan non servono a nulla se prima non si impara a conoscere il valore di un rito per la convivialità. Le mani impastano materie che non esistono quanto i nomi cancellati dalle mappe dello sterminio e Aram medita ogni anno di tornare a Yerevan per salutare la terra e i suoi avi. Ma poi, puntualmente, rinuncia.
Una casa può essere sepolta di stracci che parlano e veder appese le proprie valigie senza riuscire mai a chiuderle, ma a nulla vale l’attesa della fine se non ci si riappropria della verità umana. Così la freschezza di Antonia si imbatte nell’occhio torvo di Aram, assiste alla fine della neve fuori, al portone che si sblocca e al terrore di una piazza vuota. Sono le ricette e le musiche di stacco drammaturgico a rendere il loro dialogo sempre meno aspro, a sopravvivere oltre la distanza di popoli e generazioni finché, come ricorda Nina - il suo nome fa subito pensare alle pagine di Antonia Arslan, autrice italo-armena meritevole di una lunga battaglia contro l’oblio storico e letterario - ci saranno altre rondini a vegliare su chi resta.
Come per la fortezza in prossimità del monumento ai caduti armeni, altri testimoni dovranno voltarsi schiena contro schiena, ripetere le proprie domande, fare pause di incomprensione, preparare una cena senza invitati, fare un salto oltre l’ostacolo e infine gettare acqua sui passi che precedono il viaggio del ritorno a se stessi.

Fino al 23 marzo – Tieffe Teatro Milano

Una cena armena


di Paola Ponti
consulenza Sonya Orfalian
con Danilo Nigrelli e Rosa Diletta Rossi
regia Danilo Nigrelli


 Iscriviti alla newsletter

Vuoi essere sempre aggiornato? Iscriviti alla newsletter de Linkiesta.it .

Quando invii il modulo, controlla la tua inbox per confermare l'iscrizione

 Seguici su Facebook