La schiena di Gino
23 Marzo Mar 2013 1609 23 marzo 2013

La politica estera di Papa Francesco

«La politica estera è la faccia che una nazione presenta al mondo». Così, in forma sintetica ed efficace lo storico americano Arthur M. Schlesinger Jr. esprime l’importanza cruciale della proiezione che uno Stato offre di se stesso verso l’esterno. La faccia con cui il Vaticano si è presentato storicamente sulla scena internazionale ha mantenuto sempre una forte continuità, oltre che una predisposizione verso un sano realismo (egualmente distante tanto dal cinismo, quanto dal sentimentalismo).

Ricevendo in udienza il corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede, Papa Francesco ha avuto la possibilità di sottolineare le linee di politica estera che segneranno il suo pontificato. Per far ciò, è ritornato ancora una volta alle ragioni più profonde che stanno dietro la scelta di prendere il nome del Poverello di Assisi.

La prima ragione è l’amore per i poveri. Seguendo l’esempio di San Francesco, ha osservato il Santo Padre, «la Chiesa ha sempre cercato di avere cura, di custodire, in ogni angolo della Terra, chi soffre per l’indigenza e penso che in molti dei vostri Paesi possiate constatare la generosa opera di quei cristiani che si adoperano per aiutare i malati, gli orfani, i senzatetto e tutti coloro che sono emarginati, e che così lavorano per edificare società più umane e più giuste». Ma, accanto a questa povertà materiale, Papa Francesco ha tenuto con forza a ribadire – allontanando, ancora una volta, il fantasma di un pauperismo di maniera, che in molti cercano di cucirgli addosso – anche il più sottile problema della povertà spirituale. Quest’ultimo tipo di povertà, infatti, «riguarda gravemente anche i Paesi considerati più ricchi». «È quanto il mio Predecessore, il caro e venerato Benedetto XVI», ha sottolineato Papa Francesco, mostrando la decisa continuità con Joseph Ratzinger, «chiama la “dittatura del relativismo”, che lascia ognuno come misura di se stesso e mette in pericolo la convivenza tra gli uomini».

La seconda ragione, strettamente legata al problema dell’autoreferenzialità umana che sorge dalla dittatura del relativismo, è il bisogno di «edificare la pace». Infatti, ha ribadito Papa Bergoglio, «non vi è vera pace senza verità», ossia «non vi può essere pace vera se ciascuno è la misura di se stesso, se ciascuno può rivendicare sempre e solo il proprio diritto, senza curarsi allo stesso tempo del bene degli altri, di tutti, a partire dalla natura che accomuna ogni essere umano su questa terra».

Il Santo Padre ha voluto sottolineare come sia necessario superare una tale impasse. E, lo ha fatto, ricordando uno dei titoli – forse, il più famoso e utilizzato – che connotano il Vescovo di Roma: Pontefice. Il termine, infatti, identifica «colui che costruisce ponti, con Dio e tra gli uomini». Proprio in questa duplice prospettiva di edificazione della pace, il Papa argentino ha richiamato – in sintonia sia con Giovanni Paolo II, sia con Benedetto XVI – il ruolo centrale che rivestono le religioni. Se, infatti, non si possono «costruire ponti tra gli uomini, dimenticando Dio», non è neppure possibile «vivere legami veri con Dio, ignorando gli altri». Papa Francesco ha così tracciato due strade. Da un lato, egli ha espresso la necessità importante di intensificare il dialogo fra le religioni, in particolare con l’Islam. Dall’altro, contemporaneamente, ha riproposto il bisogno di rinvigorire il confronto con i non credenti.

Ma, il riferimento a San Francesco non poteva ignorare un richiamo finale anche a un «profondo rispetto per tutto il creato». L’invito a ‘custodire’ – un verbo molto caro al Papa, come si è visto nella bella e semplice omelia d’inizio pontificato – l’ambiente non mostra una mera e fuorviante dimensione ecologista. Piuttosto, rappresenta nuovamente un richiamo – per dirla con Sant’Agostino – alla pace come Tranquillitas ordinis. Infatti, quando l’ambiente – sottolinea il Santo Padre – non è usato bene, viene sfruttato a danno l’uno dell’altro.

In modo semplice e diretto, Papa Francesco ha tratteggiato il volto che la Santa Sede intende mostrare al mondo. Un volto dialogante, ma fermo sui principi. Un volto sempre nuovo, seppur nella piena continuità con il magistero dei pontefici precedenti. Un volto di speranza verso una famiglia umana che deve vivere nell’età del Leviatano.

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