Andrea Porcheddu
L’onesto Jago
24 Marzo Mar 2013 1643 24 marzo 2013

Marco Bellocchio a teatro, tra Oreste e il Sessantotto

Poi uno dice la distrazione. O la sciatteria, decidete voi...
Fattostà che è successa una cosa curiosa. L’altra settimana, a Roma, ha debuttato uno spettacolo intrigante. Oreste da Euripide, questo il titolo del lavoro scritto niente di meno che da Marco Bellocchio e interpretato da Pier Giorgio Bellocchio con la regia del bravo Filippo Gili. Potete immaginare che alla notizia sono saltato sulla sedia: sono tra i tanti che pensano che Marco Bellocchio sia uno dei grandi maestri del cinema non solo italiano.
I suoi ultimi film (per me nessuno escluso da La Balia in poi) sono tutti dei capolavori e tra i primi da lui realizzati ce ne sono di indimenticabili. Di Bellocchio, poi, ho amato anche il teatro: ricordo ancora con emozione un Macbeth, cupo e violento, nero e ossessivo, con Michele Placido e Sandra Toffolatti. Allora – e qui la distrazione o la sciatteria mia, solo mia – ho letto velocemente le note di accompagnamento, il puntuale comunicato stampa, il progetto del regista. E mi sono fatto l’idea che questa riscrittura del mito euripideo di Oreste fosse nientemeno che coeva al celebre film d’esordio del regista, I pugni in tasca del 1965. La cosa sembrava fantastica per la mia mente malata di critico. Già mi ero preparato l’articolo: Pasolini traduceva per Gassman l’Orestea nel 1959, ne faceva un lavoro civile, politico; poi, qualche anno dopo, prendeva i suoi famosi Appunti per una Orestiade africana. Insomma, ero pronto al confronto. Mi immaginavo l’Orestea di Bellocchio proprio vicina al clima de I pugni in tasca: quel clima soffocante, incestuoso, claustrofobico di una famiglia destinata alla (auto)distruzione. Ed era interessante, dunque, vedere come sia l’afflato politico di Pasolini, sia l’istanza già psicoanalitica – ancorché contestataria, legata com’era ai primi sussulti sessantotteschi – di Bellocchio si rifacessero alla tragedia attica per esplorare archetipi sociali in atto.
Dunque, animato dai migliori propositi sono andato al Teatro Vascello di Roma, dove mi son trovato in mezzo al pubblico delle grandi occasioni, quello delle prime vistose e importanti. Politici, attori di cinema, starlette e aspiranti giovani maledetti. C’erano tutti, insomma, e sembrava si conoscessero tutti tra loro: baci abbracci sorrisi. Felicità partecipata, attesa e grande curiosità.
Lo spettacolo, va detto, è bello: inquietante, estremo, fastidiosamente strattonato tra mito classico e un passato recente. Intelligente slittamento tra anni Sessanta italiani, bigotti e provinciali, e astratte vette tragiche, eterne irrisolte e violente. Questo Oreste vibra di nevrosi e patologie fisiche, di grida spezzate e bisbiglii impercettibili (anche grazie ad un bel suono, di Jacopo Valentini, che rende tutto ovattato, dilatato). La scena è scura: due letti singoli si fronteggiano, sul fondo pareti di tela, stretti e lunghi, slanciano e chiudono in modo incombente lo spazio. Sui letti due corpi, sembrano dormire. Poi entra una figura di donna, lunghe gambe e aria misteriosa. Con lei un ragazzo in carrozzella elettrica. Ecco la famiglia de I Pugni in tasca che lentamente si ritrova. La madre vittima, Oreste-Ale, Elettra-Giulia, il fratello Leone paralizzato…
Poi sarà la volta anche degli altri. Qui, i piani narrativi sono dunque più astratti: la tragedia esplode nella prima parte, poi scivola nel dramma borghese, addirittura agreste, contadino, con quel dialetto emiliano che sibila dalle bocche delle amiche di Giulia, con l’ingresso dirompente e violento del vecchio Tindaro, padre di Clitennestra. Lo spettacolo, insomma, grazie alla asciutta regia di Filippo Gili assume una sua bella incisività. E sono bravi gli interpreti a partire da Pier Giorgio Bellocchio, che avevamo già apprezzato sul grande schermo: è inquieto e febbrile, presente e sfuggente. Accanto a lui l’elegante e dolente figura di Vanessa Scalera, giovane e disinvolta Elettra. Poi il cammeo amaro e fulminante di Gianni Schicchi come Tindaro, e ancora Katia Gargano, Massimo Benvenuto, Aurora Peres e Liliana Massari.
Passati i settanta minuti di lavoro, accolti da un applauso convinto, già mi vedevo pronto a discettare sull’Italia pre-Sessantotto e l’Orestiade: la generazione dei figli che si rivolta a quella dei padri. E avrei decretato la definitiva genialità di Bellocchio padre nel aver riscritto la tragedia in questi termini estremamente psicoanalitici, rendendola una resa dei conti tra le quattro mura di una casa come tante altre della provincia italiana.
Poi, leggendo meglio il comunicato stampa, ho scoperto che il testo è stato scritto lo scorso anno. Che dire? Delusione? Disincanto? Non so. Certo, distrazione e sciatteria. Allora, non posso negare che la cosa ha ridimensionato un po’ l’entusiasmo: sul fronte delle variazioni del mito siamo andati, nel frattempo, molto avanti. Lo spettacolo funziona lo stesso, ovviamente, ma quel che poteva valere come affascinante pezzo di “modernariato” si sgretola sotto i colpi dell’incessante accelerazione di un teatro che ormai è molto oltre certe dinamiche.

Non fosse altro per il fatto che è la generazione dei padri – o dei nonni – che ormai ha divorato definitivamente quella dei figli...

 Iscriviti alla newsletter

Vuoi essere sempre aggiornato? Iscriviti alla newsletter de Linkiesta.it .

Quando invii il modulo, controlla la tua inbox per confermare l'iscrizione

 Seguici su Facebook