THE BLAIR MUM PROJECT: blog di una mamma (e figlia) a Londra
26 Marzo Mar 2013 1315 26 marzo 2013

Du iu spik inglisch?

Calze maglia, calzini, scarpe da trekking, pantaloni, body, maglietta a maniche lunghe, golf 1 e golf 2, piumino, sciarpa, cappello col pelo, guanti in pile. No, non e’ la tenuta di Reinhold Messner per la sua ascesa in solitario dell’Everest. Sono io, nella mia ascesa quotidiana londinese, la vetta piu’ difficile da conquistare. Ma a differenza di altre citta’, di altri paesi, non cosi’ lontani infondo, la meritocrazia qui e’ un valore e come tale viene rispettato. La tua salita percio’ potra’ essere faticosa, ma prima o poi verra’ premiata. Londra puo’ essere conquistata. Te lo chiede ogni giorno. Solo allora, potra’ essere tua. E tu, finalmente potrai sentirti a casa. Forse sta succedendo proprio adesso, in questi giorni in cui conto l’arrivo della primavera. E contanto mi rendo conto che non arriva. E allora devo continuare a lottare nel freddo, nel grigio, per arrivare dove devo. Dove voglio. Penso a mia figlia, a scuola, che lotta per conquistare una lingua, degli amici, un metodo. E le viene insegnata la meritocrazia, la competizione, sana. E non potra’ mai piu’ tornare in italia perche’ non sapra’ con chi confrontarsi. Un paese che non punta a sviluppare in alcun modo una concezione per cui debbono essere conferiti riconoscimenti di ordine morale o materiale soltanto in rapporto a meriti individuali. Quando si sceglie di trasferirsi all’estero, si fa una scelta ben piu’ ampia in realta’ del “semplice” emigrare per trovare migliori opportunita’: non si sceglie di cambiare vita, per un determinato periodo di tempo. Si sceglie di fare i conti con le proprie prospettive sulla vita stessa. Si sa, o ben presto si comprende, che non si puo’ piu’ tornare indietro. Perche’ quel che viene offerto all’estero, manca nel dna Italiano. Si chiama lavoro, onesta’, dignita’, stipendio, opportunita’, civilta’, meritocrazia e tanto altro. E quando fai i conti con questa realta’, te ne precludi automaticamente un’altra. Forse migliore per tanti aspetti. Ma cosa c’e’ di piu’ importante oggi, alla mia eta’, se non quella di avere delle opportunita’ da prendere per crescere come persona, come madre, come moglie, come lavoratrice, come cittadina? La mia riflessione di oggi si sposta su un piano un po’ piu’ lieve. Vi ricordavate il prete col blackberry? Quello che e’ venuto ospite in campagna da noi in Toscana? Ecco, si, lui. Venerdi’ siamo andati a cena da lui. E di cosa si sara’ mai parlato se non di Francis I? La cosa che piu’ mi ha colpito pero’ eravamo noi. Si, noi a cena da Father Howard, il mitico prete giamaicano che ci ha cucinato pasta (giamaicana) tutta la sera. Un gruppo di Italiani, a Londra, a mangiare pasta giamaicana. E non solo. Non si parlava italiano, ma inglese. Non per scelta, per necessita’. I nostri connazionali sono figli di emigrati, la generazione dei miei genitori, e per questo non parlano piu’ la mia lingua. Solamente l’inglese e forse un italiano nel loro dialetto. E ripenso a Viola, che gia’ si confonde tra le due lingue e chissa’ quale parlera’ meglio tra qualche anno. Sto entrando nel mood expat. Forse perche’ tra qualche giorno rientro in Italia e a dire il vero, sono anche piuttosto felice. Sicuramente piovera’, Ma con 9 gradi di differenza.

Potete leggermi anche su www.theblairmumproject.com

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