Andrea Porcheddu
L’onesto Jago
27 Marzo Mar 2013 1618 27 marzo 2013

La primavera di Palermo vibra a teatro

E mentre Crocetta revoca Battiato, in Sicilia si vive un'inattesa primavera, non solo metereologica. È quella di Palermo: di fatto il capoluogo regionale, con il ritorno al timone di Leoluca Orlando, si è rimboccato le maniche e ha ritrovato il gusto per la cultura e lo spettacolo. Quello stesso gusto e quei movimenti che, al primo incarico del sindaco, fecero parlare proprio di “primavera palermitana”.
Molte cose sono cambiate da allora, e certo la crisi economica e politica nazionale ridimensionano fortemente le aspirazioni e le possibilità di una città eternamente in bilico tra meraviglia e sconforto.
Ma il teatro, anche in questa rinnovata stagione, vive un momento importante. Sono tanti i protagonisti della scena palermitana: alcuni attivi da molto tempo, altri che si sono imposti da poco, portando però forze e energie nuove. Il poeta, attore e regista Franco Scaldati; Beno Mazzone al Teatro Libero; Roberto Andò (suo il geniale film Viva la libertà, sulla immaginazione finalmente al potere in Italia); l'organizzatore Matteo Bavera che ha saputo portare la città nel novero dei Teatri d’Europa; l’instancabile palermitana d’adozione Roberta Torre, che oggi – con altri – sta ridando vita ai Cantieri culturali della Zisa lavorando anche con attori disabili.
Poi, ovviamente, c’è Emma Dante, la straordinaria protagonista del teatro italiano del primo decennio di questo nuovo secolo: nella disattenzione della sua città, Emma è partita da un centro sociale, un ex carcere, e ha saputo segnare la creazione artistica nazionale con la sua Compagnia Sud Costa Occidentale, tanto da essere chiamata alla Scala per una memorabile Carmen e poi all’Opera Comique di Parigi per La muta di Portici.
Il rapporto difficile della regista con Palermo non si è ancora sanato, tanto che Emma Dante si è “aperta” un suo spazio, La Vicaria, che gestisce a proprie spese. Però Emma ha fatto moltissimo per la sua città: non solo per il successo ottenuto in Francia e in tutta Europa, ma anche perché – con i suoi formidabili laboratori – ha formato nuove schiere di artisti palermitani, dando loro una lezione di determinazione, rigore e fantasia.
Anche per questo, penso, si sono moltiplicate le realtà teatrali palermitane. Nel vivacissimo Teatro Garibaldi Occupato operano giovanissimi artisti e gruppi come Giuseppe Provinzano, Quartiatri, Suttascupa e altri. E ancora la compagnia M'Arte di Giuseppe Cutino e Sabina Petyx; l'Associazione Uddu di Sabino Civilleri e Manuela Lo Sicco. Poi c’è il Nuovo Montevergini, ex convento recuperato dove prende vita il “Palermo teatro Festival”, e il Teatrino delle Balate, e molti altri – che certo dimentico e spero vorranno scusarmi.
Sono tornato a Palermo proprio per vedere quanto accade, su invito del teatro Stabile, il Biondo.
Da sempre considerato fortezza invalicabile, lontano dai fermenti che scuotono la città, baluardo del Maestro Pietro Carriglio che ne tiene le sorti da molti anni, lo Stabile fa timide aperture.
Sarà il nuovo corso Crocetta-Orlando; saranno le rivolte del M5S; sarà anche il fatto che Carriglio è del 1938, per quanto in ottima forma, e che forse vuole pensare a un successore: di fatto, anche al Biondo qualcosa si muove.
Così, nell’arco di una giornata, ho potuto assistere a due lavori di mano e esito diverso, ma entrambi segno chiaro di un desiderio di “apertura” e “rinnovamento” che fa ben sperare.
Il primo spettacolo è Telemachia, Ulyssage #3, di Claudio Collovà. Regista appartato e visionario, Collovà segue da anni le suggestioni dell’Ulisse di James Joyce. Qui firma il terzo capitolo di una trilogia in cui ha sondato le possibilità sceniche di un testo da molti ritenuto non solo irrappresentabile, ma anche illegibile. Eppure, da capolavoro qual è, l’Ulisse si presta volentieri alla scena. Collovà ne fa uno spettacolo intenso, a tratti vibrante e caustico, con evidenti rimandi all’Amleto, spiattellato in una scena chiusa al fondo da una pentagramma di libri e che ha al centro un letto-catafalco, dove è distesa la donna-madre morta. Sono tre i protagonisti che il regista ha scelto di seguire: Leopold Bloom (davvero notevole l’interpretazione di Sergio Basile: un Bonacelli all’inglese, con ironia), Stephen Dedalus (intenso il lavoro di Domenico Bravo) e i “villain” Buck Mulligan, Mr Deasy e un cittadino (affidati alla mutevole capacità interpretativa di Luigi Mezzanotte). Tra follie antisemite e provincialismi dublinesi, la vicenda attinge all’assoluto, alla vertigine mistica della ricerca del sé, al di sopra della vita e della morte.
Un eccesso di “voce fuori campo”, a sostituire il flusso dei pensieri, appesantisce un poco la parte finale del lavoro, che pure sa evocare i meandri oscuri di un romanzo che si svela un nuovo labirinto umano, che potrebbe essere irlandese o – fatalmente – palermitano.
Diverso il discorso per il secondo spettacolo in programma, nello spazio del Teatro Bellini: Sangue sul collo del gatto di Rainer Werner Fassbinder, nell’agile traduzione – che non esclude pesanti attualizzazioni – di Roberto Menin e la regia di Umberto Cantone. Qui abbiamo un folto gruppo di interpreti, a raccontare la storia curiosa di una aliena, Phoebe Zeitgeist, che sbarca sulla terra e si scontra con le meschinità, le violenze, le brutalità dell’uomo. Per Fassbinder una sorta di antropologia al contrario, o di esperimento di laboratorio (da Un marziano a Roma a Teorema, anche altri l’hanno provato) per vedere fino a che punto possiamo arrivare: monologhi che si susseguono e si affastellano, confessioni al limite del reality, aspre e senza pudore. Visto recentemente anche in una bella versione di Fabrizio Arcuri, questo testo racconta senza mezzi termini il posticcio e il sentimentale, le paure e le solitudini, le avidità e le tensione di un’umanità minima, marginale ma al tempo stesso riconoscibile, assumendo categorie sociali quasi allegoriche per i personaggi: il Maestro, il Poliziotto, il Soldato, il Macellaio…
Il regista Umberto Cantone, complice la scenografia firmata dallo stesso Carriglio, decide di ambientare tutto in una landa desolata e senza tempo. I costumi sembrano astrazioni, tutto tende – dalla recitazione alle relazioni – all’assoluto. Questo, a mio parere, fa perdere molto di incisività e efficacia a quei personaggetti: e non bastano continue invenzioni (la moto Guzzi rombante, la danza da discoteca) a far vibrare quel sangue, al limite del grottesco, che si avverte nel testo e nell’opera di Fassbinder. Certo, trattare l’autore tedesco come un classico, quale ormai è, o addirittura un tragediografo, può essere una decisione più che legittima, ma qui il rischio è di perdere lo squallore, la “banalità del male” quotidiano, ossia l’umanissima visione-verità di Fassbinder dei suoi (e nostri) simili. Tutto, allora, suona posticcio, poco credibile. È questo che voleva il regista? Non so, non saprei rispondere. Di fatto anche l’esecuzione conclusiva, la giustizia che finalmente l’aliena dona ai quei povericristi in cerca d’amore, diventa solo un lungo e macchinoso finale. Si esce dal teatro, insomma, con l’incertezza, col dubbio di non aver capito, con lo sguardo un po' perplesso. Il che, di solito, non è una bella cosa.
Ma poi la notte di Palermo, e la dolcezza della sua primavera, avvolge languida. E fa sperare di tornare.

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