Stefano Rolando
Buona e mala politica
28 Marzo Mar 2013 1753 28 marzo 2013

Lombardia. Si apre utilmente nel civismo un dibattito su se stesso e sulla sua prospettiva.

Torno sulla campagna elettorale del centrosinistra in Lombardia. Vi è, infatti, chi ne discute, nelle reti e sui giornali in rete. E il confronto potrebbe essere utile soprattutto per mettere in condivisione, senza autoflagellazioni, opinioni sul rapporto tra legittime motivazioni ed evoluzione della realtà che, mentre squillano le trombe, restano ovviamente argomenti sommersi.

Qualche analisi aiuta a orientare meglio il punto più interessante e per certi versi culturalmente più fragile dell’esperienza attraversata: che natura ha il civismo che ha cercato di farsi “politico” in questa vicenda? che contaminazione è stata possibile tra modelli organizzativi evoluti e declinanti (i partiti) e modelli organizzativi insorgenti e in cerca di se stessi (le associazioni sociali e civili nel territorio costituite a scopo elettorale)? Qui non do risposte esaurienti. Che magari fioriranno come ricerca in positivo di nuove forme organizzative. Mi limito a considerazioni sugli eventi appena passati.

La campagna del centro-sinistra, dopo aver messo in campo candidati validi ma senza speranza, ha fatto convergere il sostegno di partiti e soggetti sociali territoriali (anche attraverso un serio confronto nelle primarie) su Umberto Ambrosoli. La fase di partenza, non del tutto ortodossa ma dirompente, ha scatenato, ovviamente, diverse tendenze a "mettere cappello". E ha avuto infatti all'origine – oltre all’ipotesi di lavoro del candidato stesso (che alla fine si è imposta) – almeno altri tre progetti che sono finiti presto in rotta di collisione.


• Il primo progetto era concepito come una iniziativa solitaria del civismo interpretato dalla borghesia illuminata. Un progetto sostanzialmente legato alle città, alla cultura delle professioni liberali, alla irreversibile idea della fine del ciclo storico dei partiti politici, alla condanna più morale che politica dell'avversario, ad una certa autocelebrazione oligarchica.
• Il secondo progetto era concepito come una rappresentazione puramente simbolica di un copione scritto invece dalla "politique politicienne" orfana dei partiti (ma educata nel metodo dei partiti) in cui la sceneggiatura prevedeva di tenere a briglia il civismo. Un civismo che doveva nascondere le proprie debolezze sotto il mantello di una comunicazione rigeneratrice profusa per legittimare, grazie a questo nuovo candore simbolico, tanto la domanda quanto l' offerta (elettoratini frammentati) di politica in sbandamento e per sedurre una parte rilevante dell'astensionismo.
• Il terzo progetto era concepito come una operazione "pupara" di alcune componenti dei partiti (non tutto il sistema, non tutti i dirigenti) che, in una Lombardia senza speranza, guardavano al loro ruolo "dopo" la campagna elettorale, quando i conti si sarebbero fatti con i numeri in aula e dunque con l'oggettiva centralità dei partiti stessi, una volta che un "eroe borghese" (allo scopo va bene anche il figlio di un eroe borghese) avesse aggiustato il fatturato elettorale dannatamente deficitario.

I tre progetti - iscritti a rubrica con nomi e cognomi - si sono fatti un po' la guerra e - senza mai chiedersi davvero il come e il perché - hanno visto a poco a poco scendere le proprie quotazioni.
La maturazione politica di un candidato con la schiena diritta e con una veloce semplificazione nel fare opzioni (talvolta anche sbagliando) tutte le volte che i conflitti producevano un bivio, ha poggiato su un modo laico e sincero di guardare la realtà attorno. E ha anche poggiato su un team di lavoro che ha cercato di scansare l'enfasi di chi, attraverso i conflitti, cercava solo (in politica è una cosa legittima) protagonismo.

Ma la strada era in salita, le difficoltà molteplici, le risorse limitate e soprattutto il modello di riferimento prendeva una forma diversa rispetto a tutti e tre i progetti accennati. Quei progetti hanno perso perché è prevalso un modello di equilibrio (equilibrio su punti compatibili) tra organizzazione dei partiti e organizzazione del volontariato civile, tra i programmi burocratici della vecchia politica e la riqualificazione di alcuni contenuti connessi ai nuovi bisogni della società e con soggetti emergenti capaci di dare risposte (dalla Civica di Maroni ai Grillini), tra i luoghi comuni del regionalismo e il pragmatismo della forza maggiore su cui alla fine si è puntato: gli amministratori locali soprattutto nella profondità del territorio.
Si sono così incontrate realtà disponibili a nuova partecipazione molto più ampie e interessanti delle sole "liste civiche" già organizzate. Soprattutto sul terreno economico e dei servizi. Realtà disponibili solo a condizione di non adottare nessuno dei tre progetti prima descritti. E disponibili a riflessioni che, pur apprezzando la “primavera milanese”, non ritrovavano e non ritrovano caratteri similari in quelle tante Lombardie in cui la geografia modifica profondamente la cultura e la politica.

Ho scritto varie cose su questo modello e sul valore aggiunto che l'esperienza di Ambrosoli ha fatto emergere. Ambrosoli non ha vinto ma ha reso la Lombardia "contendibile" e dunque terreno di sviluppo di un laboratorio politico che ha già il suo vasto blocco sociale e che ora è approvato da 2 milioni e trecentomila cittadini.

Per questo non allargo qui troppe analisi. Ma senza cercare insieme una strada seria per fare di queste analisi una più evoluta ragione di sé del “civismo” – che oltre a tutto ha anche la responsabilità di nutrire la cultura politica di una nutrita pattuglia di consiglieri eletti in Regione e di saper confrontare gli argomenti con gli eletti di quella Lista Civica per Maroni la cui elaborazione e la cui consistenza sociale sono state sottovalutate nella campagna elettorale) – qualcuno potrà pensare che attorno a tale civismo ora bastino solo atti organizzativi. Chi ha perso, se crede potrà riflettere meglio su quei progetti che avevano motivo di essere pensati ma che non hanno avuto nessuna vera energia egemonica.

E’ meglio dunque uscire dalle recriminazioni e dalla conseguente solitudine che è una condizione involutiva della politica. Per ritrovare la freschezza di interpretare il vasto cambiamento che stiamo attraversando. E anche per studiare meglio le ragioni e le fragilità del successo dell'avversario e di partecipare con una necessaria disciplina alla seconda fase di un percorso in cui tutti hanno da imparare dagli altri e dalla realtà. Mettendo più radici a un fenomeno che non esiste solo perché lo si dichiara e gli si da un numero di telefono.

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