Andrea Porcheddu
L’onesto Jago
4 Aprile Apr 2013 0942 04 aprile 2013

Aldo Moro a teatro: una questione di padri e figli

Un fantasma si aggira in palcoscenico, ed è quello di Aldo Moro. Ad evocarlo, non senza l'abituale caustica ironia, è Daniele Timpano, autore, performer, attore, regista soprattutto di se stesso. Non è una seduta spiritica, quella di Timpano. Anzi, è un feroce corpo a corpo con la pesantezza, la sgradevolezza, la pervasività di un passato troppo ingombrante. "Aldo morto", questo il titolo del lavoro, è il monologo di chi, nato nel 1974, è ancora obbligato a confrontarsi con il fantasma. Senza colpe, senza responsabilità, se non quella di essere nato "dopo", in un paese eternamente immobile. Forse mi sbaglierò, ma questo spettacolo, scomodo e intelligente, è un feroce atto d'accusa contro una generazione di padri che si è imposta pesantemente e che non esita a tenere saldamente le redini: della nazione, della famiglia, dell'economia, o del teatro, poco importa. Timpano aveva quattro anni quando le Brigate Rosse hanno sequestrato e ucciso lo statista democristiano. Era, o voleva essere quello, un violento atto di guerriglia, era l'attacco al cuore dello stato. Ma era anche, e oggi forse possiamo dirlo, la simbolica uccisione del padre da parte di figli ribelli. Ora, la cosa paradossale è che Timpano, e una generazione intera, è costretto a fare i conti con quella gioventù di allora, con quei miti fondanti, con quei modelli insuperabilmente belli, forti, sovversivi. Così Aldo Moro si trasforma, simbolicamente, nel fantasma del padre di Amleto. Lo spettro che ritorna, sempre di nuovo, anche dopo morto, per dire al figlio cosa fare. Ma quel fantasma è il pre-testo: serve a Daniele, per parlare d'altro, per parlare appunto del rapporto padre-figlio. Ovvero per parlare dei figli di allora, e dei padri di oggi. Per raccontare quel mondo di trenta-quarantenni che si porta sulle spalle il fardello, l'ossessione, di padri (o visto il caso italiano, anche di nonni) troppo ingombranti: le Br, la lotta armata, gli anni Settanta. Come se l'immaginario collettivo non solo non si sia schiodato da là, ma abbia decretato quella stagione come l'unica possibile, inimitabile e irripetibile, del cambiamento e della rivolta. Quei padri che hanno fatto la lotta armata sono ancora padri castranti: basti pensare con quanta scettica ironia siano stati accolti i neo eletti giovani in parlamento, con quanta supponente distanza siano stati denigrati i primi passi dei cosiddetti grillini (a prescindere, cioè, da quello che avrebbero fatto di lì a poco). Ed è allora sublime la dichiarazione di irriverente resa di Timpano, quando reclama la sua non-compromissione con quel mondo, ma al tempo stesso ne mostra la pervasività ideologica e emotiva. Subito accusato di "lesa maestà", proprio per aver profanato il fantasma del "padre dei padri", Timpano prova finalmente a fare i conti con quel passato, a mettere in (grottesca) parodia la leggendaria Renault 4, a dichiararsi non solo "innocente" ma, al tempo stesso vittima di quell'apparato storico-ideologico. Eppure l'attore, e forse l'uomo, urla anche la sua rabbia, nel dirsi idealmente pronto ad assumere quelle responsabilità, quel "comando" che - per usare una categoria hillmaniana - i Senex non vogliono lasciare ai Puer. Con questo intelligente gioco scenico, Daniele Timpano rivendica il suo ruolo, la sua dignità, con ferocia, con forza, con cinismo, con simpatia. Allora tutto l'apparato scenico - testuale e attorale, di indubbia qualità - potrebbe passare quasi in secondo piano (molti ne hanno scritto, e decisamente bene, e a loro volentieri rimando). Tanto più potrebbe passare in secondo piano se si considera tutta la folle operazione che Timpano ha messo in campo per l'occasione: vive in prigionia per 54 giorni, dal 16 marzo - data del rapimento - fino al 9 maggio, data dell'uccisione e del ritrovamento del cadavere di Moro. Timpano sta letteralmente, realmente vivendo in una stanzetta di 3 metri per uno, ricavata sul palcoscenico del teatro Orologio di Roma, dove tutta questa avventura ha trovato casa (e si può seguire anche la diretta streaming sul sito www.aldomorto54.it) Perché lo fa? Ansia imitativa? Ansia performativa modello Marina Abramovic? Volontà di far breccia sui media? Egocentrismo? C'è sicuramente un po' di tutto questo, in un progetto che ha dell'incredibile. Timpano scrive lettere, riceve visite in cella: è un aspetto situazionista, forse anche goliardico, senza dubbio intelligentemente provocatorio del suo lavoro. Ma quel che mi pare importante sottolineare, a questo proposito, è l'esposizione del "corpo". Ho visto lo spettacolo nel giorno di "sabato santo", mentre la nuova star del cattolicesimo, l'argentino fatto papa, si sdraiava, si inginocchiava, baciava piedi. Un altro "padre" con cui fare i conti, inesorabilmente ed eternamente. Allora Timpano, con il suo corpo dinoccolato, si fa carico di mostrare la contraddizione temporale, anagrafica, politica. Cosa è stata la prigionia di Moro per questo Paese? Cosa potrebbe essere la prigionia di un attore in un teatro romano oggi? Cosa era la politica allora e cosa è oggi? Nell'incarnare, fino in fondo, quel mito, Daniele Timpano se ne appropria, agisce per demistificazione (ma non denigrazione), lo svuota per così dire dall'interno. Toglie al Padre l'aura eterna e intoccabile del Potere, della potestas e auctoritas. Con "Aldo Morto", mi sembra di poter dire che quella "leggenda" si fa sostanzialmente "memoria": una elaborazione personale e collettiva che potrebbe essere un passo verso il superamento sereno di un passato opprimente. Forse, finalmente, i figli cominceranno a essere padri.

 Iscriviti alla newsletter

Vuoi essere sempre aggiornato? Iscriviti alla newsletter de Linkiesta.it .

Quando invii il modulo, controlla la tua inbox per confermare l'iscrizione

 Seguici su Facebook