Belfagor
5 Aprile Apr 2013 0914 05 aprile 2013

Dove sta il vecchio del vecchio

E’ diventata una solfa alquanto noiosa, si continua a sostenere che in politica il nuovo debba prendere il posto del vecchio e poi non si capisce bene quale sia la colpa del vecchio. Certo, quella di avere troppi anni alle spalle può essere una colpa: e se il vecchio avesse una qualità superiore rispetto al nuovo? Il criterio anagrafico da solo non basta a dirimere la questione. Di per sé la gioventù non garantisce nulla sul terreno che più le dovrebbe essere proprio, quello dell’originalità. E’ difficile a un principiante essere se stesso fino in fondo, si comincia all’ombra di un maestro o di un modello, poi ci si emancipa. Insomma il giovane deve avere il tempo di mettersi alla prova e di acquisire sicurezza. E quel tempo può anche essere breve, perché no, ma la freschezza è spesso una conquista più che un dato di partenza.

Ciò detto, cos’hanno di vecchio i vecchi del Pd, per esempio? La lista dei tratti antiquati è lunga e non viene spesso resa esplicita, tanto sembra ovvia. Il tratto dominante è dato ormai dal complesso dell’erede infelice. Quelli che al tempo della Repubblica antifascista si erano illusi di rappresentare il futuro hanno dovuto scoprire a loro spese che non erano destinati a cogliere i frutti di una lunga attesa. Si sono aggiornati con grande lentezza e qualche altro è sempre riuscito ad apparire più nuovo rispetto a loro. Berlusconi, ora Grillo hanno compiuto in tal senso il miracolo. Non è stato poi tanto difficile a ben vedere. Il Pd e, prima di esso, il Pds e i Ds hanno continuato a vivere in un universo chiuso, con carriere bloccate. Hanno mantenuto la stessa classe dirigente per due decenni. Ed ecco allora il nodo dell’inadeguatezza: percepirsi come il centro del mondo, vedersi in sintonia con il mondo e non riuscire a rendere condivisa una visione simile. Scoprirsi isolati.

Come si è arrivati a questo? Il gruppo dirigente ibernato apparteneva in effetti a un altro mondo e non ha mai fatto i conti con il suo passato. Ha voluto vedere la sua esistenza come necessaria senza legarla a un progetto definito. La preoccupazione centrale è stata la sopravvivenza della struttura: la cosa (Occhetto), la ditta (Bersani). E la struttura ha mantenuto una visione demiurgica del mondo, tentando di assegnare ruoli precisi ad amici e avversari, da Casini e Monti a Berlusconi.
Bisognerà riflettere ancora su tutto questo, sulle sue premesse, sulle sue implicazioni. Ma non sarà stato male partire da un tentativo di caratterizzare il fenomeno nel modo più elementare.

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