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5 Aprile Apr 2013 0349 05 aprile 2013

La Gea torna in Italia, forse servirà

Nel pomeriggio di ieri, 4 aprile 2013, è tornata in Italia la Gea, ovvero la General Athletic. Il presidente è ancora lo stesso, Alessandro Moggi, tra gli azionisti ci sono ancora Riccardo Calleri e Franco Zavaglia. Il direttore generale, Carlo Oggero, è però nuovo. Basterà a dare una svolta a questa società?

Perché il pensiero torna, inevitabilmente, ai primi anni dello scorso decennio, cioè al 2001 quando la Gea nacque. Tra i dirigenti c’erano molti dei figli dei potenti del calcio italiano di quel periodo: Luciano Moggi, dirigente della Juventus, Gianmarco Calleri, presidente di Lazio e Torino negli anni ’90, e poi Chiara Geronzi, figlia di Cesare presidente di Capitalia e Mediobanca e per questo gestore di una grande parte dei debiti della Roma. Tra i collaboratori c’era Davide Lippi, figlio di Marcello allenatore della Nazionale di calcio.

Nel 2006 la società fu liquidata, perché c’erano in corso inchieste della magistratura sportiva e di alcuni tribunali italiani. C’era in corso Calciopoli, insomma.

Nel periodo di massimo successo, la Gea aveva le procure di circa 150 calciatori italiani (i dati li ha forniti Carlo Laudisa sulla Gazzetta dello Sport del 4 aprile) e per questo era sospettata di condizionare pesantemente la formazione di intere squadre della nostra Serie A, anche di vertice. Dopo lo scioglimento della società, il suo presidente Alessandro Moggi e Zavaglia subirono squalifiche sportive a 20 e 18 mesi, e Moggi insieme con il padre Luciano anche una condanna penale di 5 mesi.

Peraltro i primi anni del secolo furono anche tra gli anni migliori, dal punto di vista dei successi sportivi e del prestigio internazionale, per il calcio italiano. Nel 2003, per esempio, la finale di Champions League si disputò tra Juventus e Milan, e nel 2006 la Nazionale allenata da Lippi vinse il Campionato mondiale in Germania.

Ma quelli della nuova Gea (perché la società è rinata burocraticamente diversa, sebbene mantenga ancora diversi, non tutti, dei vecchi nomi) saranno interessi diversi.
Lo hanno promesso, in vari modi, i principali protagonisti, ospiti di Michele Criscitiello nella sua trasmissione su SportItalia di ieri (qui il link). Il presidente Moggi ha dichiarato l’intenzione di fare «business etico», portando come esempio la partita di addio al calcio di Fabio Cannavaro, capitano della Nazionale del 2006, che è in preparazione per la prossima estate a Napoli e che servirà a raccogliere fondi per la ricostruzione della Città della scienza distrutta da un incendio lo scorso 4 marzo.
Il direttore generale Oggiero ha delineato i limiti dell’azione Gea, che non può rilanciare il calcio italiano costruendo stadi o migliorando l’attività dei vivai. Il resto, però, può farlo, soprattutto nei termini commerciali del confezionamento di un buon prodotto per il pubblico e della sua diffusione nel mondo, avendo come modello ciò che riescono a fare i manager della Premier League inglese o della Bundesliga tedesca.

Sullo sfondo rimane la gestione dei calciatori, perché gli azionisti della Gea sono in gran parte procuratori. Zavaglia, a precisa domanda del conduttore Criscitiello, ha detto che quando faceva parte della vecchia Gea aveva la procura di «60-70 calciatori». E oggi? Be’, «60-70 calciatori» – non proprio gli stessi perché i tempi sono cambiati, però sempre quel numero lì.
Anche il presidente Moggi ha la procura di alcuni calciatori. «La nuova Gea, però, non fa calciomercato – ha detto – ogni azionista svolge l’attività di procuratore in proprio, mentre la società fornisce servizi di altra natura, sia ai calciatori sia alle società».

Se tutta questa attività rimane all’interno delle regole, è la benvenuta: non potrà che essere positiva per il movimento calcistico, e più in generale sportivo. D’altra parte si è visto quanto distruttivo può essere, uscire dalle regole. Il calcio italiano degli ultimi anni, con così pochi successi internazionali a livello di club, subisce ancora gli effetti negativi della Calciopoli del 2006.

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