Belfagor
6 Aprile Apr 2013 1318 06 aprile 2013

L’identità fragile e gli altri

“Che faccio? Con chi mi metto? Se mi metto un’altra volta con il mio peggiore nemico, sono perduto. E’ come se non sapessi chi sono e che cosa voglio. Devo preservare la mia immagine di pilastro affidabile per il futuro. Intanto però, chi governa il paese? Non è più il tempo dei tecnici, quel tempo è passato. Potremmo, dovremmo farlo noi stessi con il sostegno dei nuovi ribelli, in attesa di tempi migliori”. Questo sembra essere in sintesi il ragionamento che si è imposto nel Pd con Bersani. E’ un ragionamento saggio?

No, non lo è, perché è costruito sulla paura della contaminazione e su un appello alla fiducia di principio. Solo una burocrazia che ha perso il contatto con la realtà può sperare in un via libera da parte della concorrenza in nome di un primato storico. Il diritto a governare non si rivendica, si esercita assumendo le decisioni che possono essere assunte in modo unilaterale (per esempio sui costi della politica) e individuando proposte attraenti per gli eventuali alleati e utili per il paese. La battaglia per uscire dal vicolo cieco e dallo stallo andrebbe condotta sulle proposte opportunamente calibrate e concordate, e non sul tema di un’alleanza possibile con questi piuttosto che con quelli in linea di principio. Nientemeno. Come se qualcuno potesse avere interesse a salvare l’erede infelice della sinistra che fu. Quell’erede deve guadagnarsi l’investitura sul campo tornando ad ascoltare il paese e provando a offrire risposte puntuali ai problemi più pressanti. A quei problemi che spiegano l’ascesa folgorante del movimento 5 stelle: i privilegi della casta, l’assenza di ricambio nella classe dirigente, la sorte delle nuove generazioni. A quei problemi che hanno permesso a Berlusconi di restare sulla scena: la pressione fiscale, la caduta dell’iniziativa privata, l’inefficienza oppressiva dell’amministrazione pubblica. Come non citare Gramsci? “La burocrazia è la forza consuetudinaria e conservatrice più pericolosa; se essa finisce col costituire un corpo solidale, che sta a sé e si sente indipendente dalla massa, il partito finisce col diventare anacronistico, e nei momenti di crisi acuta viene svuotato del suo contenuto sociale e rimane come campato in aria”. Come se ne esce? Ridando peso al ruolo dei singoli, spingendo le individualità più determinate e lungimiranti a confrontarsi sui programmi, facendo della primogenitura un obiettivo da conquistare e non un diritto acquisito da rivendicare.

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