Mercato e Libertà
10 Aprile Apr 2013 0953 10 aprile 2013

La Thatcher, la destra, la sinistra

Libertiamo ha chiesto a me e a Simone Bonfante di scrivere due articoli sull'eredità della Thatcher, vista da destra e da sinistra. A me è toccato il primo.

L'essenza del mio articolo è in questa frase:

La retorica delle proteste contro la Thatcher nasconde un fatto evidente: in politica chi piange di più è chi ha più voce, che spesso è anche chi “fotte” di più. Un’azienda chiusa ha più voce di cento aziende mai nate, un imprenditore più di milioni di consumatori, un lavoratore sindacalizzato più di un “outsider”, una banca più di innumerevoli risparmiatori, un ordine professionale più dei suoi clienti. Le proteste sono più spesso dei privilegiati che degli “have nots”, perché i primi sono più organizzati e politicamente potenti dei secondi, e dunque posticipare o edulcorare le riforme per preservare il consenso significa spesso sacrificare gli interessi degli esclusi, come ad esempio in Italia i giovani e i piccoli imprenditori.

L'essenza di quello di Simona in quest'altra (secondo me):

Il Partito conservatore era anti-socialista per default, la Thatcher per Weltanschauung. Lei era quella che il socialismo non si riforma: si spazza via. E c’è veramente un sacco di liberalità, in questo. Repubblicana, magari, ma non conservatrice. Anti-socialista come sanno esserlo quelli che la paura per l’inumano, che la missione egalitarista minaccia di realizzare, l’hanno sentita abbastanza forte soffiare dentro di sé. La Thatcher politica nasce in famiglia: è il padre, il negozio, la middle class che vuol salire su. Il nemico, per questi, è il socialismo. Ma anche la conservazione, la cristallizzazione delle dinamiche: anche quello, se non nemico, è ostacolo. E quell’attitudine sciovinista, quel conservatorismo pavido che non abbraccia, ma dileggia la sovversione delle convenzioni. Quell’adagiarsi complice ad un destino di immobilità è nel partito conservatore di cui Thatcher diventerà leader. Il ‘fino allo sfinimento’ nella guerra ai minatori l’ha voluto lei, mica il partito, mica gli industriali.

Bizzarro che si possano esprimere concetti così simili con toni così diversi: il liberalismo non è né destra né sinistra, perché la sinistra antepone lo Stato all'individuo e alla società, considerati, e per questo motivo resi, irresponsabili e immaturi, e la destra non è che la versione più nazional-popolare della sinistra (in Italia), e a volte più aristocratica, 'Tory' (anche se, notoriamente, "non sono comunista perché non posso permettermelo": i 'liberal' negli USA come i 'radical chic' in Italia sono parte dell'elite, di popolare non hanno proprio nulla). E in effetti il liberalismo nasce in opposizione ai 'Tory', perché il 'Labour' ancora non esisteva, e viene poi confuso con essi dall'ignoranza politica del 'Labour'.

Chissà da cosa proviene questa differenza di stile. Io formulo un'ipotesi che mi sembra interessante: nella prospettiva di Simona una terza via che spazzi via i reazionari di destra e di sinistra, magari grazie alla leadership di Margaret Renzi detto "Tony", è l'unica via di uscita dalla dittatura dello status quo.

Nella mia prospettiva, meno politica e di origine 'libertarian', la demolizione culturale e morale delle ipocrisie di destra e di sinistra sono un primo passo affinché la società non chieda allo Stato (solo) una leadership migliore, ma più libertà, autonomia e responsabilità individuali, cioè "meno politica".

Le vie della politica sono infinite. E quasi tutte portano alla bancarotta.

Pietro Monsurrò

@pietrom79

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