Il Tagliaburro
11 Aprile Apr 2013 1344 11 aprile 2013

Ci vuole un governo antidepressivo

Dice: “Facciamo un governo di scopo, che approvi una nuova legge elettorale, e poche altre cose, e poi si torni al voto”.
Una modesta proposta: bisognerebbe dire anche “un nuovo governo che faccia qualcosa contro la depressione della società italiana, che innanzitutto la capisca”.
Già, proprio la depressione. Non un governo di psichiatri ci vuole, ma un governo che prenda finalmente coscienza che la nostra è e sarà una società sempre più depressa.
Depressione di giovani e meno giovani. Depressione di chi non ha un futuro perché ha smesso di cercarlo. Depressione di chi non ha più fiducia nel cambiamento in meglio della società.
Depressione come spinta esattamente contraria rispetto alla tensione. Una società scarica.
Quello della società italiana, in questo momento, è un corpo scarico, fermo, privo di energia vitale. L'ascensore sociale lascia il posto a scale da percorrere con una mano che ti tira all'indietro.

("Saliscendi", foto by fabbio from Flickr, licenza CC BY-SA 2.0)

Fra poco, l'unico senso di percorrenza delle scale sarà verso il basso.
Una società più povera, ma non di paura. Il vecchio alfabeto della precarietà lascerà presto il posto a nuovi sintagmi muti, quelli della depressione. Parole che non meritano neanche più di essere pronunciate, come “dignità” e “sicurezza”. Parole delle quali fra poco si sarà dimenticato il sapore.
Le classi dirigenti di questo paese non caveranno un ragno dal buco perché ancora non lo stanno vedendo, questo buco. Oppure, se lo vedono, non hanno gli strumenti per fare nulla, bloccati come sono da una assurda burocrazia, da un cumulo di leggi contraddittorie e inadeguate, da un sistema di caste abbarbicate al proprio residuo potere, disposte a difenderlo con i denti mollando al loro destino chi non è salito sul treno giusto.
Un buco dove sono precipitati milioni di persone, giovani e meno giovani. Il buco dove l'immobilità forzata prende il posto del movimento, per diventare stato dell'anima. Depressione, consapevolezza dell'inutilità dei propri sforzi.
Questo è il pericolo più grande che attende questa società invecchiata anche nei suoi elementi anagraficamente giovani. Non lo spread, non il debito pubblico, non l'ingovernabilità, non gli sprechi della Casta.
Se gli italiani avessero energia, affrontare le cose di cui sopra sarebbe facile. Ma qui è proprio l'energia che manca.
Mancanza di fiducia, depressione. Fiducia tradita, indolenza sofferente in una immobilità malata, che non è speculativa e riflessiva, che non è assolutamente ascetica. Soli anche se in compagnia, meglio se virtuale.
E, proprio come i depressi, improvvisi stati di euforia. Una società che soffre di disturbi bipolari, che alterna prostrazione a entusiasmi malati, nelle arene virtuali, negli stadi accoltellosi, nelle corse in strada. Forse anche nei fulmini di pazzia che ottenebrano sparatori alla cieca e assassini non nati.
Di fronte a questa sfida epocale, le ricette della politica continuano troppo spesso ad assomigliare a un parlarsi addosso.

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