Andrea Porcheddu
L’onesto Jago
12 Aprile Apr 2013 1057 12 aprile 2013

Crouch e Artefatti: con ironia attraverso Shakespeare

Ma che gioco divertente e intelligente, quello presentato dall'Accademia degli Artefatti! Nella rassegna Trend, ideata e diretta dal critico Rodolfo Di Giammarco al teatro Belli di Roma, da sempre dedicata alla migliore nuova drammaturgia britannica, il regista Fabrizio Arcuri - uno dei più attivi della scena italiana - ha presentato infatti una trilogia di testi di Tim Crouch. Va detto che Arcuri da qualche stagione frequenta, con successo, questo autore, svelandone le straordinarie doti creative. E particolarmente bene si adatta, al dettato del testo dell'inglese, la cifra interpretativa e performativa assunta da Arcuri e dalla sua Accademia degli Artefatti: una cifra che sguscia via da ogni verità, da ogni certezza, ma che anzi pone continuamente lo spettatore di fronte a interrogazioni, domande, ipotesi sul testo stesso o sui personaggi di volta in volta portati in scena. L'attore o l'attrice sono chiamati in causa, spettacolo dopo spettacolo, a dire la loro, ad essere presenti proprio nel graduale accostamento all'identità - in assoluto divenire - del personaggio. Sono “io” scissi, quelli che ci presentano gli Artefatti, in evoluzione, frammentati proprio perché complessi, d'oggi. Come si intuirà, anche con questa sommaria descrizione, siamo ben oltre lo straniamento alla Brecht, e siamo anche lontani, ormai, dall'ironia dell'attore sul personaggio, dal “gioco”, caro a Vasil'ev. No, qui - complice appunto una drammaturgia adeguata - l'Attore scopre se stesso in quanto "essere-umano-in-scena": con fragilità e perplessità tutte sue, ma estremamente calzanti nelle dinamiche contemporanee. E non fa eccezione, a questo proposito, il lavoro presentato al Belli, all'insegna di Shakespeare. Tim Crouch, infatti, ha creato una specie di spin off dai classici del Bardo, prendendo personaggi minori di alcune tragedie o commedie e aprendo, su di loro, finestre e mondi. Così al Belli sono andati in scena, nell'ordine, Banquo (direi dal Macbeth e non dal Riccardo III, come scritto erroneamente nella brochure) e Peaseblossom, ossia il "Fior di pisello" che fa capolino nel bellissimo Sogno di una notte di mezza estate. Ci è toccato in sorte quest'ultimo, e voglio subito dire che mi sono molto divertito. La scena è una sorta di dj set (in un angolo lo stesso Arcuri coperto da Mac e altre diavolerie) e con rovine di una festa di nozze molto movimentata: coriandoli, bicchieri, mascherine, bottiglie per terra. Si solleva da terra anche Matteo Angius, protagonista assoluto del lavoro. Questo attore, dal tocco delicato e lo sguardo gentile, che conosciamo ormai da anni, è una macchina da guerra inarrestabile: gronda energia, acume, ironia, si sorprende in giochi teatrali più grandi di lui, ci si tuffa dentro e li domina, li fa suoi. Smitizza consapevolmente tutto, si arrampica in domande e in dubbi, smonta con un sorriso la retorica di certe frasi, chiede aiuto al pubblico, al testo, al regista e però magneticamente controlla ogni istante. Spettacolo dopo spettacolo è diventato paradigma non solo della poetica degli Artefatti, ma anche di un modo di fare teatro ipercontemporaneo, forse nuovo per l'Italia. Lo apprezziamo, dunque, anche come Fior di Pisello, nella ora e mezza di monologo in cui sa chiamare in causa spettatori destinati a fare i ruoli principali del Sogno: Oberon e Titania, Ippolita e Teseo, Ermia e Lisandro, Puck. Basta una mascherina, e la vivace narrazione di Angius, per coinvolgere la platea. Il lavoro funziona, anche per chi non avesse idea della commedia originale: di fatto, si parla dell'eterno guaio, del solito problema, l'amore. Si parla di desideri e abbandoni, di litigi e ripicche, di matrimoni e passioni,di gesti da fare non fatti. È un gioco, è tutto un gioco, per Shakespeare come per Crouch: di fatto poi, per amore si soffre, e senza capire il perché.
Detto dunque della bontà e del successo dello spettacolo, resta da fare qualche piccola riflessione sull'operazione drammaturgica. Che Tim Crouch fosse una specie di geniaccio, un autore completamente dedito agli attori era ormai noto (e fa bene Di Giammarco a proporlo in rassegna assieme a David Harrower, Sam Hall, Bryony Lavery, David Grieg affidati a registi diversi). Un autore capace non solo di divertirsi con gli stilemi del teatro, ma che cerca di innervare quella "condizione postmoderna" in cui, peraltro, ancora naviga. Si sa ormai: l'impossibilità delle grandi narrazioni che permette solo microstorie, l'ironia e la parodia, la tautologia, la circolarità, erano le chiavi per leggere la postmodernità a teatro.
In Crouch le ritroviamo, ma con l'assunzione di una consapevolezza e di una lucidità nuove: così anche la metateatralità non è più autoreferenziale, ma un meccanismo stritolante, all'interno del quale l'uomo (e non più l'attore) osserva se stesso annaspare per sopravvivere, per capire, per amare. E non gli resta che ridere, di sé e del mondo, mentre affonda.

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