Andrea Porcheddu
L’onesto Jago
15 Aprile Apr 2013 0950 15 aprile 2013

L'energia rivoluzionaria di Pinocchio scuote Ravenna

Cominciamo dalla fine, dall'epilogo: alle 11 di sera, nella sonnacchiosa e silenziosa Ravenna, le vie del centro storico sono state invase da un corteo della felicità.


240 ragazzi, bambini e adolescenti, tutti in maglietta rossa, al ritmo di gran cassa e tromba, scandivano slogan, ballavano, battevano le mani. Dietro di loro, altra gente, adulti, anziani, uomini e donne. Festanti. Tutti assieme, con un sorriso bambino sulle labbra e occhi lucidi di gioia.
Finiva così, nell'allegria di una parata, Pinocchio, il nuovo folle spettacolo del Teatro delle Albe, diretto da Marco Martinelli.
La storica compagnia ravennate, per festeggiare i suoi trenta anni di vita e attività, ha chiamato a raccolta studenti di tutte le scuole cittadine e li ha coinvolti nella creazione di questo anomalo spettacolo.
È ormai bellissima prassi del gruppo ravennate portare in teatro adolescenti di ogni estrazione sociale e culturale: la "non-scuola" - questo il nome del progetto fondante - è una modalità formativa e artistica che ha raggiunto, negli anni, livelli altissimi. Dall'esperienza di Scampia (dove nel frattempo si è formata una compagnia stabile di ragazzi considerati, una volta, "difficili"), passando per uno struggente e eretico Majakosvski affidato a 100 ragazzini per il Festival di Santarcangelo, fino a toccare i giovani senegalesi di Dakar, la "non-scuola" è un flusso di energia inarrestabile. E commovente.
Allora non si può restare indifferenti, di fronte a questa massa di ragazzi e ragazze scatenati, che invade il piccolo spazio del teatro Rasi. Immaginate: 270 spettatori seduti, in un teatro che non ha certo le dimensioni della Scala, e 240 attori giovani e giovanissimi. Che riempiono il palco, i corridoi, le porte. Sono ovunque: con la loro energia, con le loro grida, i battimani, le canzoni, le risate, i balli. E se ci si emoziona per un coro degli alpini o per le masse che si muovono nel Nabucco di Verdi, figuratevi a vedere questi scriccioli di 10 anni accanto agli adolescenti già giganti, a fanciulle in fiore, a lingue e visi e colori della multietnicità urbana. Una festa dell'esser giovani, allora. Che si mescola alla storia di Pinocchio, la reinventa pur nel rigore filologico (come peraltro sempre fa Martinelli con le sue Albe, sia che affronti Jarry o Molière o Aristofane). Il Pinocchio della non-scuola è un gioco di divertente immaginazione e sottile attualizzazione. Nel ruolo del burattino si alternano vari piccoli protagonisti, mentre numerosi gruppi danno vita e corpi ai comprimari della vicenda: dal teatrino di Mangiafuco agli Assassini, dal Gatto e la Volpe agli asini del paese dei balocchi, fino alla maestosa coreografia che, chiamando tutti in causa, concretizza quel pescecane in cui Pinocchio finalmente ritrova Geppetto e affronta, una volta per tutte, la sua adultità.

Quando si diventa adulti? Quando si smette di giocare?

In questo Paese squinternato, in quest'epoca frastagliata, l'adultità è una chimera. Non è questione di "bamboccioni" o meno. Si tratta, oggi più che mai, di capire cosa sia la consapevolezza, vera e ormai unica chiave per accedere all'essere adulti. Paradossalmente Pinocchio deve passare attraverso tutte le prove della sua ingenuità, per arrivare, nella scena conclusiva, al momento in cui si fa carico di Geppetto: salva suo padre il quale - finalmente - si affida a lui. Ecco il passaggio, ecco il messaggio, se così vogliamo definirlo, di questo lavoro.
Poi, è il tempo della festa, della parata, della felicità condivisa...
Pinocchio, dunque, ribadisce la potenza di un percorso creativo pressoché unico in Italia, capace di coniugare istanze di radicamento territoriale (formativo, teatrale) con una ricerca raffinata che sapientemente sa mescolarsi con una grande comunicativa - nella sistematica reinvenzione dei classici - e con la militanza politica. Di fatto, il Teatro delle Albe rappresenta oggi un baluardo di vivacità culturale non solo per Ravenna: è davvero un luogo aurorale, da cui sorgono, continuamente, nuove anime artistiche; è un luogo di incontro e discussione che riafferma, sempre di nuovo, quanto il teatro sia spazio di democrazia discorsiva. Dall'Atene del V secolo, alla Ravenna del XXI.

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