Ernesto Gallo e Giovanni Biava
Giovine Europa now
16 Aprile Apr 2013 1300 16 aprile 2013

Giorgio Napolitano, sette anni senza pace

Ringraziamo l’amico Davide Serafin, che scrive su http://yespolitical.com ed è ancora sul nostro blog con un incisivo ritratto di Giorgio Napolitano...buona lettura!


Il 15 Maggio Giorgio Napolitano concluderà il suo mandato da Presidente della Repubblica. Il primo ex comunista eletto al Quirinale lascia un paese allo sfascio senza per questo portarsi appresso grandi responsabilità. Napolitano, d’altronde, ha sempre caratterizzato il suo settennato con la retorica della pacificazione nazionale laddove il conflitto era di volta in volta quello immanente dello scontro fra i partiti nello sgangherato bipolarismo italiano (1994-2012), o quello storico della guerra civile fra partigiani e repubblichini, o la contrapposizione negli anni del Compromesso Storico fra terrorismo e istituzioni. Il dialogo, il riconoscimento dell’alterità non già come nemico ma come semplice avversario politico, sono un refrain ripetuto a memoria in ogni occasione pubblica di rispetto. Ma alla fine le sue parole sono valse ben poco e per molti anni, specie nel triennio 2008-2010, questo atteggiamento veniva tradotto come un generale appeasement verso la politica predatoria del berlusconismo.
Non sarò in alcun momento il Presidente della maggioranza che mi ha eletto, aveva esordito il giorno dell’insediamento. E’ stato il terzo presidente della Repubblica ad essere eletto alla quarta votazione ma forse il primo ad essere piena espressione di una maggioranza parlamentare. Era il tempo del governo Prodi II: l’Unione di centrosinistra viveva una provvisoria luna di miele che doveva finire mestamente pochi mesi dopo l’elezione del presidente.
Napolitano fronteggiò le due crisi del secondo governo Prodi con un atteggiamento conservativo nei confronti della legislatura e, anche dinanzi alla seconda sfiducia, quella della mortadella esibita al Senato e delle bottiglie di spumante, quella della compravendita di De Gregorio e suoi simili (uno scandalo immane che in altri paesi avrebbe garantito pene gravissime per i responsabili), reagì incaricando un uomo delle istituzioni come Franco Marini, per un mandato esplorativo.
Quando il suo nome circolava fra le rose di candidati, Massimo D’Alema disse alla stampa che “era entrato Cardinale [Napolitano era senatore a vita] e uscirà Papa”. I rapporti con i DS all’epoca non erano dei migliori. Napolitano aveva duramente criticato l’atteggiamento dei presidenti delle Regioni Campania e Calabria (Bassolino e Loiero, due dalemiani doc) poiché a suo modo di vedere avevano “moltiplicato gli incarichi amministrativi suscitando sconcerto e critiche nell'opinione pubblica”, e di fatto - annunciava - ciò stava aprendo una nuova “questione morale”. E in una intervista a La Repubblica passata agli annali, attaccò Piero Fassino e Massimo D’Alema per la vicenda Unipol: “alcuni dirigenti Ds hanno mostrato eccessiva fiducia nella persona del presidente dell'Unipol”. Niente male per un migliorista.
Secondo Lucia Annunziata, la sua elezione fu un continuum con la presidenza Ciampi. Napolitano era uomo di medesima caratura. Parte di una élite di “novelli chierici” con in vista un unico obiettivo: “la preservazione delle Istituzioni, vissute da loro come superiori, non soggette, alla Politica” (L. Annunziata, La Stampa, 10/05/2006). Una riserva di professionalità istituzionali a cui attingere ogni qualvolta i partiti ‘sono azzoppati’, o l’intero sistema è allo sbando. Conoscendo come è andata a finire, qualcosa nel salutare potere terapeutico nel professionista, tecnico, protettore delle istituzioni, non ha funzionato a dovere. Poiché tutte le leggi ad personam del triennio nero del berlusconismo sono state da lui controfirmate, leggi in tutto o in parte incostituzionali. Dal Lodo Alfano, ai provvedimenti sulle intercettazioni, dalla legge sullo Scudo Fiscale, al Legittimo Impedimento, Napolitano non ha mai esercitato il potere di rinvio alle Camere. Quando Antonio Di Pietro levò accuse indicibili al Colle il giorno in cui venne approvata e controfirmata la legge sullo Scudo Fiscale, Napolitano esclamò “Ma dov'è l'incostituzionalità?”. Napolitano non gradiva l’istituto del rinvio alle Camere poiché temeva di innescare una reazione ancora più forte da parte del centrodestra. Cercava di interagire con il presidente della Camera, Gianfranco Fini, di guidarne le scelte per non accelerare il processo legislativo quando le Camere erano occupate a discutere le leggi ad personam. Nel caso dello Scudo Fiscale, suggerì a Fini di non ghigliottinare il dibattito in aula al fine di mettere a rischio l’approvazione del decreto, in scadenza nella notte. Al tempo stesso preparò una giustificazione per la scelta - già presa - di condividere quel provvedimento: lo ‘scudo’, pur condonando azioni illegali, non può essere tuttavia considerato più incostituzionale, appunto, di un condono, o di un’amnistia (La Stampa, 02/10/2009).
Non ha mai scelto la contrapposizione diretta con Berlusconi, se non dopo quel numero, 308, durante un voto alla Camera, che sentenziava di fatto la fine delle Legislatura XVI e - si pensava all’epoca - pure del berlusconismo. Le dimissioni del Cavaliere gli fecero guadagnare l’appellativo di Re Giorgio da parte del New York Times. All’estero il suo ruolo nella caduta del governo Berlusconi IV fu narrato in maniera troppo elegiaca. Napolitano, sotto i colpi della mannaia finanziaria, aveva già in serbo la carta Mario Monti, creata ad arte e in tutta fretta per dare un seguito alla legislatura quando invece sarebbe stato agevole sciogliere le Camere per risolvere una volta per tutte - e con un voto - l’anomalia videocratica italiana.
Invece Napolitano, ancora una volta, scelse per l’appeasement. Per la concordia, per la pace. Quando nel lontano 1994, fu scelto dal PDS per il discorso in aula durante il dibattito sulla fiducia al primo, primordiale, governo Berlusconi, Napolitano fece un discorso molto accomodante, che insisteva sui toni del reciproco rispetto, del garbo istituzionale, della collaborazione per le riforme istituzionali. Al fine di veder riconosciuti i diritti dell’Opposizione, l’Opposizione doveva di fatto riconoscere come pienamente parte dell’ordine democratico quel centrodestra che pullulava di ribalderie e di volontà secessioniste. “Se la maggioranza si divide i beni della minoranza è evidente che distrugge lo Stato”, ammoniva lo stesso Napolitano, in aula, il 19 Maggio 1994. Ma al contempo l’Opposizione non poteva, in maniera ostruzionistica, bloccare qualsivoglia provvedimento del governo. “Non si puo' fare l'opposizione ripiegandosi in sé stessi, bisogna essere propositivi perché ormai siamo nel sistema dell'alternanza. Non si può parlare sempre come se si fosse in televisione”. Non si tratta di consociativismo, diceva il futuro presidente della Repubblica, ma solo di cortesia istituzionale. Fu un discorso talmente distensivo che Berlusconi corse a stringere la mano all’ex comunista e l’allora Ministro per i Rapporti con il Parlamento, Giuliano Ferrara, disse che “è una cosa normale. Quando in questo parlamento si sentono parlare prima Novelli e Mattioli, e poi Napolitano, che invece rispetta l'avversario, viene spontaneo stringergli la mano. E' l'opposizione che ogni governo sognerebbe” (La Stampa, 20/05/1994).
Alla stessa maniera, caduto il Berlusconi IV, Napolitano ha pensato di poter ricostruire un dialogo fra i partiti dopo la distruzione della guerra del bipolarismo: nella sua immaginazione, il governo Monti doveva essere propedeutico alla pacificazione, doveva sostituire il conflitto intorno alla figura del magnate televisivo e i suoi guai giudiziari con la discussione intorno al bene pubblico. In una parola, ripubblicizzare la sfera pubblica altrimenti invasa da un ipertrofico interesse personale.
Possiamo dire che ha invece creato i presupposti per la frantumazione del sistema bipolare e che il bene pubblico ancora oggi non è al centro del dibattito politico. Tramite il governo Monti, ha riaccodato il paese alla ideologia monetaria, alla disciplina ferrea della riduzione del debito pubblico, dominanti a Bruxelles ma soprattutto a Francoforte, causandone la recessione più spaventosa dall’Unità d’Italia. “Guai se non si fosse compiuto lo sforzo di ridurre il nostro debito pubblico, i cui interessi ci costano attualmente più di 85 miliardi di euro all'anno, e se questo enorme costo potrà nel 2013 e nel 2014 diminuire, è grazie alla volontà seria dimostrata di portare in pareggio il rapporto tra entrate e spese dello Stato”, ha detto il presidente durante il suo ultimo discorso di fine anno (Corriere.it, 31/12/2012). La politica della svalutazione salariale interna è stata così di fatto applicata al nostro paese per mano del governo Monti sotto la forma di una forte - fortissima - compressione fiscale.
Gli eventi della fine del 2011 hanno prospettato che, ormai, il meccanismo della moneta unica necessita di una ulteriore cessione di sovranità alle istituzioni europee. Deve essere resa prevedibile la politica finanziaria di ogni paese membro della zona euro. Il miraggio della crescita economica può smettere di esserlo, disse Napolitano, soltanto passando “per ulteriori trasferimenti in sede comunitaria di poteri decisionali e di quote di sovranità” (La Stampa, 30/10/2012). Ogni volta che l’emergenza finanziaria si è fatta più forte, Napolitano ha sempre invocato un passo in avanti nell’integrazione politica dell’Unione Europea: è urgente, dichiarava lo scorso 12 Gennaio, dopo il declassamento dei titoli di Stato italiani da parte di Standard and Poor’s, “mettere in campo la più forte volontà comune nel procedere senza esitazioni sulla via dell'unità politica e dell'effettiva unione economica".
Ma il Presidente non ha mai pubblicamente discusso la linea punitiva che la BCE, la Commissione e infine Berlino, hanno imposto su tutto il continente mediante politiche economiche anticicliche, in adesione alla ideologia della svalutazione interna. Per un uomo che ha sempre parlato di concordia e di fattiva collaborazione fra gli opposti, la conclusione del suo settennato di presidenza avviene forse all’apice di tutte le possibili divisioni che si potevano creare. In Europa, nel paese, fra i partiti, all’interno dei partiti. Avesse avuto maggiore coraggio nell’affrontare la tempesta finanziaria senza rimedi provvisori (Monti), forse sarebbe veramente passato alla storia come ‘Re Giorgio’, l’uomo che mise fine al terribile periodo del berlusconismo.
Sul suo giudizio storico peseranno anche gli interventi censori nei confronti di alcuni magistrati. Nel 2007 chiese al CSM di aprire un fascicolo su Henry John Woodcock, il pm di Potenza che indagò sul primo scandalo di Vallettopoli; si spese per addormentare - nel 2008 - la guerra fra le procure di Salerno e Catanzaro sulle inchieste del pm Luigi De Magistris. Ma la sua figura è diventata oggetto di forte discussione quando ha sollevato il conflitto di attribuzione contro la Procura di Palermo, rea di aver leso la segretezza delle comunicazioni del Presidente della Repbblica, intercettato casualmente nel corso delle indagini su Nicola Mancino e il suo coinvolgimento nella Trattativa Stato-Mafia. Mancino è sempre stato un grande amico di Napolitano. La contiguità fra i due va ben oltre ciò che è stato raccontato.
Quando Mancino nel 2009, da vicepresidente del CSM, avanzò alcune proposte per una riforma giudiziaria, Napolitano non fu colto di sorpresa, come certamente si era portati a pensare all’epoca. Erano idee che circolavano abbondantemente durante i loro discorsi telefonici. Mancino suggerì di attribuire eccezionalmente al Parlamento la funzione di stabilire le priorità sui reati da perseguire e di cambiare la forma di elezione del Consiglio Superiore della Magistratura, attribuendo la nomina di un membro laico anche al presidente della Repubblica. (La Stampa, 08/01/2009). Riforme che portavano in sé un carattere di eccezionalità tale da far pensare a un vero e proprio stravolgimento dello stato di diritto. Mancino propose che, vista l'eccedenza di “procedimenti pendenti”, potesse essere il Parlamento, con una maggioranza del 65-70%, cioé necessariamente comprendente almeno una parte dell'opposizione, a stabilire le priorità. Questa come “soluzione temporanea a situazioni eccezionali” e allo scopo di evitare che fossero invece i pm a operare “la scelta dei processi”. Più recentemente, nel lavoro dei Saggi, è riemersa la necessità di ridurre lo strumento delle intercettazione alla sola funzione di ‘ricerca della prova’ e non viceversa di ricerca del reato. Una fissazione, quella di ‘aggiustare’ l’anomalia, non già rimuovendo Berlusconi, ma anestetizzando la giustizia. Una fissazione il voler risolvere i guasti del corrotto sistema politico predicando l’armistizio con i magistrati e l’opposizione. Sono in fondo i due maggiori caratteri che hanno contraddistinto il settennato senza pace di Giorgio Napolitano.

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