Luciano Trincia
Il tornio
17 Aprile Apr 2013 0813 17 aprile 2013

Altro che «rose» per il Colle!

Si continua a ragionare su «rose» di nomi, ma non si chiarisce la missione che si intende assegnare al prossimo Presidente della Repubblica. O, per dirla con l'articolo 87 della nostra Costituzione, le sue funzioni.


E’ sotto gli occhi di tutti che il compromesso dilatorio attuato da Giorgio Napolitano il 30 marzo, dopo il suo Venerdì di Passione, ha di fatto introdotto in Italia una sorta di presidenzialismo silenzioso, dovuto innanzitutto alla debolezza dei partiti e del personale politico.


In queste settimane, nei media e nella politica, sembra essersi cristallizzata l’idea che l’Italia sia già potenzialmente un paese presidenziale. De facto ma non de jure. Questa inedita torsione presidenziale a porte chiuse è stata prodotta – in ultima battuta - dal risultato elettorale del 24-25 febbraio, che ha messo alla corda quel che restava del sistema parlamentare italiano. E’ ancora presto per stabilire se stiamo assistendo a convulsioni passeggere o alla crisi finale della nostra forma di governo.


Di certo non è soltanto la decisione di Napolitano a prefigurare per l’Italia una exit strategy verso una repubblica presidenziale di fatto, in cui un capo dello Stato che svolge un ruolo così incisivo non potrà che avere alle sue spalle una legittimazione democratica diretta.

Il punto vero è la crisi del sistema dei partiti. Siamo davanti ad una classe politica che scarica continuamente e scientemente sul Quirinale le proprie inadeguatezze. I poteri del Presidente non sono quindi altro che il prodotto dell’impotenza altrui.


Il fenomeno dell’interventismo dell’inquilino del Quirinale non nasce certo oggi. Il primo a infrangere l’immagine del presidente «notaio» è stato Sandro Pertini, con il suo «potere di esternazione». Poi ci ha pensato Cossiga ad attaccare l’inerzia complessiva del sistema politico, per imprimere una svolta riformatrice dall’alto.

A fronte di un quadro politico più che mai squalificato e delegittimato, in questi ultimi sette anni la Presidenza della Repubblica ha inevitabilmente rappresentato il principale potere dello Stato. Durante il Settennato di Napolitano è notevolmente cresciuta la debolezza dei partiti e delle altre istituzioni, lasciando campo aperto a un rafforzamento del ruolo e del prestigio del Capo di Stato, che è rimasto l’unico punto di riferimento politico ed istituzionale, soprattutto in campo internazionale. L’esperienza del «governo tecnico», guidato da Mario Monti, ne è stata la logica conseguenza.


Un processo riformatore silenzioso consolidatosi nelle prassi senza mai pervenire ad un concreto processo di riforma intorno ai poteri del Presidente della Repubblica. Sia chiaro, il riferimento non è solo alla presidenza Napolitano. Come detto, è un fenomeno che ha caratterizzato diverse presidenze, ma le ultime settimane ne hanno delineato i contorni con maggiori nitidezza e dettagli.


L’elezione presidenziale non può che svolgersi con questi interrogativi aperti, ad inizio di una legislatura senza vincitori. Sui possibili candidati si rovesciano pertanto le più varie aspettative rispetto al Governo da formare e all’eventuale scioglimento del Parlamento. Il futuro capo dello Stato rischia di essere scelto secondo logiche a breve, a seconda che si immagini un certo di tipo di incarico o un certo scenario di elezioni anticipate.

Una possibile impennata verso una repubblica presidenziale di fatto, come «costituzione materiale», si potrebbe quindi verificare nei prossimi giorni con l’esito dell’elezione presidenziale, che sarà probabilmente il solo gesto non effimero di questa legislatura nata agonizzante.


E’ soprattutto per questo che prima di pensare ai nomi sarebbe opportuno chiarire agli Italiani la missione che si intende assegnare al prossimo Presidente della Repubblica. Essere a favore o contro il presidenzialismo non costituisce reato. Basta percorrere pubblicamente la strada delle procedure previste nella Costituzione per le riforme costituzionali.

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