Rodolfo Toè
Iota
17 Aprile Apr 2013 1049 17 aprile 2013

Armi ed ex-Jugoslavia: piano con gli allarmismi

Il recente massacro di Velika Ivanča, in Serbia, ha rilanciato la discussione sulla sicurezza nei Balcani e sulla presenza delle armi da fuoco nei Paesi creatisi con la dissoluzione dell'ex - Jugoslavia. Nonostante gli allarmismi, comunque, la situazione non è tragica come si potrebbe pensare. Una breve analisi (comparata).

Nelle prime ore del 9 aprile, nel villaggio di Velika Ivanča, a circa cinquanta chilometri da Belgrado, un uomo ha ucciso tredici persone: Ljubomir Bogdanović, armato con una pistola, ha commesso una strage tremenda prima di togliersi la vita. L'uomo era un veterano di guerra ed è morto a distanza di qualche giorno.

Il massacro ha avuto una vasta eco, non solo nella regione ma nel mondo intero, ed ha riportato l'attenzione dell'opinione pubblica internazionale sul problema delle armi da fuoco nei Balcani, ove circolano in gran numero e, per lo più, senza essere registrate. In molti casi, è stato inevitabile un parallelo con le analoghe carneficine che tristemente avvengono, a intervalli regolari, negli Stati Uniti d'America.

In nessuna società al mondo le pistole sono sinonimo di sicurezza. Quelle in circolazione nell'ex - Jugoslavia, quindi, sono chiaramente un problema. Ma le cifre a nostra disposizione andrebbero riconsiderate e ricontestualizzate in un quadro più ampio. E, soprattutto, senza allarmismi. Solo negli ultimi due anni, secondo le statistiche fornite dal programma SEESAC dell'UE, 33.091 armi sono state confiscate e distrutte in Croazia, e 45.285 in Serbia. Proprio in Serbia, secondo le stime delle Nazioni Unite, il 15% della popolazione sarebbe in possesso di armi da fuoco. Percentuale che cresce fino al 19% in Bosnia Erzegovina, dove - dalla fine della guerra - "le armi da fuoco hanno fatto più morti delle mine antiuomo", altra piaga nel Paese.

Tutto questo è vero. Ma bisognerebbe andare un attimo oltre. Secondo le stime dell'UNODC, in effetti, nel 2011 i Paesi dell'ex - Jugoslavia si classificavano tutti tra i primi cinquanta al mondo in termini di quantità di armi da fuoco presenti nella popolazione: dalla Slovenia (che occupava la quarantasettesima posizione) alla Serbia (che occupava la quinta). Le cifre sono preoccupanti, a priori, ma bisognerebbe tenere conto anche delle statistiche riguardanti gli omicidi che con queste armi vengono commessi, e compararle a quelle del resto d'Europa, per non scadere nel cliché dei Balcani violenti e sanguinari.

Si scopre, così, sempre secondo le cifre che potete consultare a questo indirizzo, che un cittadino di Bosnia Erzegovina (0,48 omicidi con armi da fuoco per 100.000 abitanti) o di Serbia (0,46) è più al sicuro di un cittadino svizzero (0,77), di uno del Lussemburgo (0,62), del Belgio (0,68), o di chiunque viva in Italia, dove il numero di omicidi commessi con armi da fuoco è di 0,71 su centomila abitanti. O ancora, che la Croazia (0,39 omicidi commessi con armi da fuoco per 100.000 persone) non è più pericolosa del Portogallo (0,41) o, udite udite, della civilissima Svezia.

Nonostante alcuni massacri come quello di Velika Ivanča, quindi, i Balcani sono distanti anni-luce da realtà come quella statunitense. Si può ragionevolmente affermare che il problema delle armi nella regione non riguarda tanto la sicurezza dei cittadini. Riguarda piuttosto, come ha avuto modo di spiegarmi Jasmin Porobić dell'UNDP, la necessità di limitarne il traffico (una pistola che attraversa i Balcani può finire in Europa) e, soprattutto, di diminuire le possibilità della ricomparsa di gruppi armati o di forze paramilitari come durante gli anni novanta. Per il resto, i cittadini di questi paesi, i turisti (e la mia famiglia) possono, a conti fatti, dormire sonni relativamente tranquilli.

 Iscriviti alla newsletter

Vuoi essere sempre aggiornato? Iscriviti alla newsletter de Linkiesta.it .

Quando invii il modulo, controlla la tua inbox per confermare l'iscrizione

 Seguici su Facebook