Andrea Porcheddu
L’onesto Jago
19 Aprile Apr 2013 1121 19 aprile 2013

Brancati in scena: la morale, il repertorio, gli attori

Sono tornato al Teatro Quirino di Roma dopo anni. Ho ritrovato un elegante bistrot, una ampia libreria e la bella, fiera e storica sala. L’occasione era La Governante, testo scritto nel 1952 dalla penna fine di Vitaliano Brancati e tornato sulla scena – sessanta anni dopo – grazie al Teatro Stabile di Catania. Un bel cast e la regia di Maurizio Scaparro completavano l’offerta per questo spettacolo.

Visto che normalmente razzolo il “fondo del barile”, la scena off nazionale, frequento teatri d’emergenza, di ricerca, il sottobosco di giovani e alternativi, sono andato al Quirino pensando di trovarmi di fronte al solito lavorone tradizionale che più tradizionale non si può: un bel pezzo di “modernariato”, un po’ come le cucine di formica anni Cinquanta, belle e funzionali, ma irrimediabilmente passate. Insomma, il repertorio, il teatro all’antica, “com’era e dov’era”.

Quando poi, dopo più di due ore, lo spettacolo è finito tra gli applausi del pubblico, mi sono appuntato tre parole, attorno alle quali vorrei provare ora a sviluppare qualche domanda e un ragionamento. Eccole: drammaturgia, pubblico, repertorio, arte d’attore.
E vado dunque a cominciare.
La commedia di Brancati visse la gogna della censura. Trattava, allora, un tema scottante: l’omosessualità femminile. Tema che ancora oggi fa storcere il naso ai benpensanti e bigotti dell’eterna clericale italietta.
Ci avete fatto caso? L’unica radio che si sente, ovunque, è Radio Maria. Siamo infarciti di Parrocchie e facciamo fiction tv che hanno per protagonisti preti e suore. Siamo un paese confessionale, al pari dell’Iran, anche se ogni tanto facciamo finta di ricordarci di essere laici. Brancati allora – come Bellocchio oggi - sfidava quel mondo: lo faceva portandosi il carico della Sicilia, dell’onore, della virilità e della famiglia su cui ironizzava sempre con intelligente sfrontatezza. Qui parla senza mezzi termini della ambigua morale cristianocattolica, sfida perbenismi e moralismi, pregiudizi che (allora come oggi) attanagliano la borghesia nazionalpopolare. La censura aveva provato a bloccare questo testo, che peraltro ha avuto diverse edizioni da 52 ad oggi. Con quel suo splendido italiano, con quelle parole tonde, con la breccia del dialetto che si apre ogni tanto, Brancati mette in scena uno spaccato di vita possibile. Certo, alcune posizioni, alcuni dialoghi fanno sorridere, ma colpiscono ancora – ed è questa l’amara considerazione da fare – buona parte del pubblico.
Eccoci al secondo punto: il pubblico. Chi c’era al Quirino, l’altra sera? Intanto pubblico pagante: ceto medio-alto direi (visto il prezzo dei biglietti, qui come in quasi tutti i teatri italiani si viaggia sui 25-30 euro, salvo offerte). E soprattutto un pubblico composto non solo da addetti ai lavori. Capita, infatti, che a veder teatro ci siano solo o quasi teatranti, in una vertigine di autoreferenzialità asfissiante. Come avviene anche in molti altri ambienti (che so, tra avvocati o diplomatici) ce la cantiamo e ce la suoniamo spesso tra noi. Allora quel pubblico medio, curioso, diversamente impiegato, che sceglie di andare a teatro, cosa cerca? Forse, mi chiedo, proprio questi spettacoli qua? Non artaudianamente sconvolgenti e pestiferi, non travolgenti e interminabili messeinscena d’autore, ma un sano teatro ben fatto, ovvero il repertorio. Cosa è il repertorio? Quell’insieme di passato che parla ancora al presente, quell’archivio infinito di classici più o meno lontani nel tempo che hanno ancora senso nell’oggi. Il repertorio è un teatro che si faceva: scomodo, difficile, desueto, ma possibile. Nei cartelloni italiani di queste stagioni vediamo sempre i soliti quattro classici: Shakespeare (a sua volta con i soliti quattro titoli), Pirandello, adesso Brecht, a volte Molière o Pasolini. A questi si è aggiunto molto Dostoevski, i drammaturghi anglofoni di moda, e poco altro. Poi ci sono le creazioni originali dei gruppi, quelli che ci piacciono di più, che invece – mi dico – dovrebbero forse dedicarsi di tanto in tanto a simili proposte: dovrebbero farsi carico di altre drammaturgie. Perché c’è – e Brancati lo dimostra - un repertorio italiano che rischia l’oblio. Che ne facciamo? A chi il compito di tenerlo, di farlo vivo?
Dovrebbero pensarci gli Stabili, come ha fatto lo Stabile di Catania nel caso, dal momento che sta a queste strutture pubbliche l’obbligo di sostenere la cultura italiana. Ma ormai troppi Stabili sono al collasso per eccesso di involuzione.
Badate, non è questione di nazionalismo o revanscismo, anzi: qui si tratterebbe non solo di salvare una lingua che si sta impoverendo tra anglismi, cinguettii e “mi piace”, ma anche di riflettere su modalità espressive, tematiche, artistiche che hanno fatto il nostro Paese.
Come pure, ed ecco l’altro tema, di tutelare una capacità interpretativa – l’arte attorale – che rischia l’estinzione.
È vero, il teatro è accelerato, l’attore è sempre più performer, la grana della voce è mixata e microfonata. Però l’attore (e l’attore italiano) non dovrebbe diventare specie protetta: vorremmo – Carmelo e Leo insegnano sempre – che la ricerca nascesse da una consapevolezza profonda degli stilemi e delle tecniche.
Allora vedere un maestro come Pippo Pattavina, antico e bellissimo, muoversi in scena, vedere come usa le mani, i toni, significa tornare a una scuola interpretativa di colossale importanza. Il teatro com’era, certo: ma che bellezza!
Nello spettacolo, Pattavina, storico protagonista del teatro catanese, regala un momento commovente: il suo personaggio riceve una lettera in cui si annuncia la morte di una ragazza a lui cara. E l’attore, in quella sequenza, dà il meglio di sé: invecchia dieci anni in un secondo, vacilla, ripete ossessivamente la stessa frase, infine crolla. Non è verismo, né naturalismo interpretativo, è un’antica arte. Accanto a Pattavina ben si muove l’intero cast: da Giovanna Di Rauso, nel ruolo della Governante, algida e razionale, infine scossa dal suo stesso scandalo. Poi il turbine di Max Malatesta – attore ormai di grande levatura – che incarna uno scrittore nel quale potremmo forse ritrovare lo stesso Brancati. Ci sono, in scena, la possente Veronica Gentili, in un ruolo di impianto comico che sostiene benissimo, soprattutto nella seconda parte; e Giovanni Guardiano a colorare di passioni siciliane un dandy metropolitano. Ancora, in un felicissimo e struggente cameo, un pezzo da novanta come Marcello Perracchio, incantevole nel tratteggiare un povero portiere di palazzo ingannato dal padrone. A completare il cast anche Valeria Contadino, la serva dalla sventurata sorte e l’aggraziata Chiara Seminara. Tiene insieme tutto questo la regia di Maurizio Scaparro che rispetta tempi e modi del testo, incorniciando la vicenda in un interno d’antan sotto un opprimente immagine del Cupolone.
Il Vaticano è là, a ricordare che in fin dei conti, dal 1952 ad oggi sono cambiati un po’ i termini della questione, ma la situazione è sempre la stessa...

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