Bestie e Sovrani
22 Aprile Apr 2013 1820 22 aprile 2013

200 cavie: rubate o liberate?

C’è una distinzione filosofica, antica ma attuale, che attraversa silenziosamente ogni pratica del nostro mondo sociale: quella tra ciò che è giusto e ciò che invece è giustificato (spesso dalla legge, dunque “legale”). È una distinzione che respiriamo ogni giorno, dai libri di storia che raccontano l’ingiusta legalità dei lager nel Terzo Reich, fino alla lapidazione legalizzata e giustificata, ai giorni nostri, in paesi come la Somalia, la Nigeria, il Sudan, l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti. Non è una distinzione peregrina, e non è neanche facile stabilire i confini entro i quali una pratica è categorizzabile in un modo o in un altro: ma è la consapevolezza che la giustizia sia qualcosa di più grande, importante, e trascendente le umane contingenze che spinge la nostra specie verso un progresso politico e morale che fa si, per esempio, che oggi una donna italiana goda di molti più diritti di quelli di cui godeva settanta anni fa.

Che le donne non votassero, escluse dalla vita civile e democratica italiana, infatti, era giustificato dalla legge ma era ingiusto: la morale è al di qua e al di là del diritto – ne è punto di riferimento, perché lo distrugge quando la gabbia burocratica non è più in grado di contenere la nostra idea di giustizia. Mi si perdoni il paragone (darwinista). Sorte analoga a quella delle donne italiane di inizio ‘900, o a quelle lapidate oggi negli Emirati Arabi Uniti, tocca agli animali non umani: giustifichiamo la loro uccisione e la loro tortura attraverso la legge e con diversi scopi, dal vestiario alla ricerca scientifica, ma non è più raro, ormai, che i filosofi che per primi hanno compreso, da Plutarco a Tom Regan, l’ingiustizia di tali pratiche trovino seguito nella popolazione, nell’attivismo e nelle proteste sociali. È notizia fresca che il 20 Aprile alcuni attivisti antispecisti – ovvero sostenitori dell’uguaglianza morale fra le specie – hanno liberato circa 200 cavie da un laboratorio di sperimentazione animale a Milano adibito, nello specifico, a fini di ricerca e dunque sotto il controllo dell’Università degli studi di Milano.

A questa liberazione, un “furto” dal punto di vista legale – è seguita una protesta di studenti e ricercatori di farmacologia: gli animali che sono stati portati via servivano a comprendere qualcosa in più sulla possibilità di debellare malattie molto gravi, dal Parkinson all’Alzheimer. Per capire chi ha ragione non basta, come spesso capita, contrappore le due fazioni all’insegna del bene e del male. La prospettiva da cui si guardano situazioni come questa, infatti, non è un mero palcoscenico neutro ma un filtro che modifica la percezione del reale. I ricercatori hanno ragione se consideriamo, alla luce della distinzione di cui abbiamo detto, la prospettiva da ciò che è legale e giustificato: in pieno accordo con il senso comune, la legge, e la scienza contemporanea, quegli animali avrebbero potuto, fosse anche un condizionale con probabilità vicina allo zero, aiutare la ricerca medica e il suo progresso. Ma se provassimo, solo per un attimo, a immaginare uno scenario morale diverso, in cui il parametro di giudizio è quello del giusto, allora quella liberazione assomiglierebbe, tanto, anzi, tantissimo, a quella di coloro che portavano via gli ebrei dai campi di concentramento.

I lager erano legali, eppure qualcuno si permetteva di aprire le gabbie in cui i nazisti avevano rinchiuso dei corpi umani e innocenti. Non voglio, in questa sede, fare un paragone che trovo semplicemente sbagliato per diversi motivi: quello tra nazismo e specismo; ma il tempo per una riflessione che non sia, soltanto, chiusa entro i confini della legge dei propri stati o, della propria specie, è ormai maturo. Se nessuno riuscisse a immaginare un mondo in cui il giusto oltrepassa i confini del giustificato, niente potrebbe mai cambiare – e nulla sarebbe mai cambiato. Forse avremmo ancora un nano vestito di nero affacciato a una finestra di Piazza Venezia inneggiante al maschilismo, e la razza sarebbe ancora sinonimo di più o meno diritti morali. I ricercatori possono avere una scienza che sappia limitarsi dall’interno, attraverso parametri morali: una scienza che non faccia vittime per salvare nessuno. Chissà quanto cose potremmo scoprire vivisezionando un uomo sano, bianco e giovane come me … ma se siamo in grado di bloccare la sete di scoperta dinnanzi a un bipede implume, forse, un giorno, saremo anche in grado di fermarci d’avanti ad un paio di zampe.

E se così non sarà continueremo, inesorabilmente, a stuprare donne somale come delle vacche o schiacciare bambi in guerra come scarafaggi. È dietro quel “come”, nascosto quasi avesse compreso di poter essere scovato, che alberga il male con le sue mille contraddizioni.

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