Giulia Valsecchi
Cineteatrora
23 Aprile Apr 2013 1556 23 aprile 2013

A rapporto dal poeta: chi era Anne Sexton?

Chiedere un incontro a un poeta implica maneggiare con estrema cura o, viceversa, scalfire impropriamente la sua intoccabile tirannia. L’esperienza a tre tappe di Costanzo/De Col nel secondo esito di un più ampio progetto intitolato Anne Sexton: Cleaning the house, presentato all’interno della XV edizione di Danae festival, esprime appieno la volontà di mettere a frutto un retaggio umano e attorale mediante i versi. Ciò implica mescolarsi alle righe e a un respiro suicida, a una carne che sembra sempre più un “ascensore in cerca del piano in fiamme”.
Versi non scelti a caso, ma versioni di una poetessa che si racconta senza filtri che non siano quelli della pagina, e senza pudori che non siano quelli della lacerazione poetica stessa. Dall’era del Vietnam e delle proteste contro l’addomesticamento femminile, Anne Sexton chiama a rapporto il lettore/interprete provocandone il ferimento nel dettato sicuro e insieme stonato, nella bellezza violenta di un corpo escavato da una morte cercata a piccole dosi fino al gas di scarico nel 1974.
In scena ci sono ora due volti che, nella cornice volutamente tronfia di una finta conferenza in cui si ringrazia chiunque e senza ragione, siedono a un tavolo nero per prestare il fianco a una restituzione dove non si proteggono i propri appunti come Sexton esponeva se stessa alla mutilazione continua del non voler vivere. Il suo più volte ripetuto sbriciolamento nel giro di una natura che cambia è sì letto con cura, ma ammesso in una tensione teatrale che si compone di molte difficoltà. Difficoltà a reggere forse il macigno delle ferite, difficoltà a coniugarle in una drammaturgia di presentazione e a integrare le proprie annotazioni, esibizioni passate, il proprio travestimento con autenticità drammatica. Sia che si muova verso il rifiuto poetico, sia che si mostri adorazione.
Perché forse proprio l’approccio poetico è il più arduo in resa teatrale con il rischio di scollegarsi dalla poesia stessa per concentrarsi più sull’io spezzato di chiunque: “l’uomo che cade nella polvere” sente il bisogno di affrancarsi dai propri assilli dicendoli, confessandosi una volta per tutte. Ma se il rapporto con Anne Sexton, la matrice da laboratorio che esso si trascina non è fuorviante, lo è l’assemblaggio fortuito di video, foto, cartoon e testimonianze che solo in minima parte richiamano l’idea sextoniana dell’essere perennemente aperta, spogliata e persa nelle mappe.
E, pur nella bravura di Milena Costanzo e nella schiettezza formale di Gianluca De Col, ci si allontana molto dalla sacralità unica di un’autrice che venera soltanto la propria macchina da scrivere in un caos primordiale di metafore intestinali e sacro-profane, di manifeste incapacità d’esistere separati dal fango per riconoscersi pulsanti in viaggi allucinati.
Il muro scenico di Conferenza con Anne Sexton è stato giustamente abbattuto, ma serve capire se tra la “dieta della morte” e il remare inutilmente verso Dio esistano altre tracce di tragedia da pronunciare teatralmente e far passare ben oltre il buio di una collezione di frammenti. Se esistano parti di ossa non ancora rotte e di una luna dalla lacrima ghiacciata che grida per farsi comprendere, ma senza narcisismo:

La mia camera è imbiancata
come una stazione di polizia in campagna
e altrettanto silenziosa;
più bianca di ossa di pollo
che il chiaro di luna stinge,
pura spazzatura
e altrettanto silenziosa.
Dietro di me c’è una statua bianca
e piante bianche
che crescono come vergini oscene
tirando fuori lingue gommose
ma senza dire nulla.

I miei capelli sono quelli neri,
bruciati nel fuoco bianco
e carbonizzati.
Anche il mio rosario è nero,
venti occhi vomitati
dal vulcano,
tutti contorti.

Sto riempiendo la stanza
di parole che escono dalla mia penna
come aborti.
Le mie parole s’impennano nell’aria
e rimbalzano come palle da squash.
Eppure c’è silenzio.
Sempre.
Come un’enorme bocca di bambino.

Il silenzio è morte.
Tutti i giorni, sconvolgente, viene
a sedersi sulle mie spalle, un uccello bianco,
e becca gli occhi neri
e il muscolo rosso vibrante
della mia bocca.

Anne Sexton, Il silenzio

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