Andrea Porcheddu
L’onesto Jago
23 Aprile Apr 2013 1020 23 aprile 2013

Massimo Monaci: Sindaco, serve un sistema teatro a Roma

Ma che succede ai teatri romani? La capitale sembra vivacchiare – nel settore teatro – sospesa tra crisi e provincialismo. Piccolo cabotaggio generalizzato: a parte alcuni spettacoli inutilmente faraonici, prevalgono le piccolissime produzioni e sono sempre troppo pochi gli spettacoli internazionali (portati sempre dalle stesse coraggiose strutture). Mentre, nella disattenzione politica, sono tanti gli spazi teatrali della città che vivacchiano cercando di non chiudere o riciclandosi come "affittacamere". E se pure, da un lato, sembra risolta una lunga questione relativa ai cosiddetti “Teatri di Cintura” che sono stati finalmente assegnati dopo una lunga e non molto chiara procedura, resta sempre aperta e scottante la questione “Teatro Valle occupato”: lo spazio settecentesco, uno dei teatri più belli d’Italia, è occupato da un paio d’anni e vive (fortunatamente) di una vita “parallela” tollerata dalle istituzioni.

Ma a rischio chiusura sono anche alcune grandi strutture private, che forse più di altre risentono della infelice congiuntura economica e della miopia politica. Intanto il teatro India, sfolgorante per molti anni, seconda sala del Teatro di Roma, è chiuso per restauri, chissà fino a quando. Per l’Ambra Jovinelli è annunciata la chiusura. E il settore “privato”, infine, sembra patire più di altri la difficile congiuntura economica: spazi importanti come l’Olimpico, il Sistina, o l’Eliseo, per i quali il finanziamento pubblico è solo una parte dell’economia, segnano il passo.
Di fatto, mentre si avvicinano le elezioni comunali, il dibattito sullo stato dei teatri romani non sembra prioritario. Una situazione, dunque, di faticosa instabilità che colpisce tutti, nessuno escluso. In questo contesto, è scoraggiato Massimo Monaci, presidente Agis Lazio e soprattutto giovane e caparbio direttore dell’Eliseo: «Va male, da ogni punto di vista. Sia istituzionale, che commerciale, che di pubblico. Ogni aspetto ha criticità enormi, e il fatto di essere a Roma acuisce i fattori di crisi. Milano, se pure vive simili difficoltà, ha una rete istituzionale che esiste, è concreta: la Regione Lombardia ha una legge interessante, il Comune di Milano fa da anni una politica di convenzioni con i teatri e, soprattutto in un momento di crisi, queste cose contano. Qui non c’è nulla. A livello regionale c’è il caos piu totale. Diamo tempo alla nuova giunta Zingaretti, che si è appena insediata, di lavorare. Ma fino ad oggi è stato il caos. Il Comune di Roma non ha una politica, non ha nulla. C’è stata la partita dei Teatri di Cintura, va bene, ma manca completamente un’idea di sistema. I teatri poi subiscono il taglio del Fus, la fuga degli sponsor privati a causa della crisi, il calo fisiologico di pubblico dovuto alla situazione economica: tutto ciò provoca seri rischi di chiusura».

Una situazione che tocca anche l’Eliseo?
«La nostra è una realtà complicata. In questi ultimi anni, il teatro Eliseo ha fatto grandi passi avanti: abbiamo lavorato bene sia sui costi che sui ricavi; dal punto di vista del botteghino siamo andati bene fino alla scorsa stagione. Poi abbiamo avuto un crollo delle sponsorizzazioni private. Subiamo anche una certa crisi di pubblico: il pubblico c’è, non rinuncia al teatro, ma vuole spendere poco. Funzionano dunque le promozioni, ma è ovvio che gli incassi si abbassino comportando un calo dei ricavi. Quindi anche noi stiamo cercando di capire come fronteggiare la situazione…».

Cosa succede negli altri teatri romani?
«Farei un discorso a parte per l’Argentina, che è il Teatro Stabile Pubblico: i soci sono gli enti locali, che erogano fondi. Da anni però quei fondi non arrivano, quindi simili ritardi portano a difficoltà nella vita del teatro. Per quel che riguarda i “privati”, invece - come il Sistina, l’Olimpico -, penso di poter dire che subiamo maggiormente la crisi. Il Fus, il Fondo Unico per lo Spettacolo, rappresenta per noi solo il 20% dei ricavi: è certo importantissimo, fondamentale, ma per quel che ci riguarda contano di più gli sponsor privati. Ora con la crisi economica, questi sono in deciso calo, anche perché manca una legge nazionale che favorisca la sponsorizzazione con formule di detessazione».

Tra poco si vota: cosa chiede al nuovo sindaco di Roma?
«Ho partecipato recentemente, come presidente dell’Agis Lazio, a un incontro interassociativo al quale prendevano parte anche Confcommercio, Cna, Federalberghi. E ho scoperto che Roma è al 18esimo posto tra le capitali piu frequentate del mondo. E che un turista si ferma a Roma per massimo 2,3 giorni e tendenzialmente non ci torna più. Parigi ha il doppio della tenitura e i turisti tendono a tornarvi. Credo che questa situazione sia dovuta anche e soprattutto al fatto che a Roma, paradossalmente, non si dà importanza al tema della cultura: Roma potrebbe proporsi come città capitale della cultura, è la città piu bella del mondo. Ecco dunque cosa chiedere al sindaco: porre la cultura tra le priorità politiche per risollevare l’economia di una città che sta crollando. Dunque pensare alla cultura non in termini di assistenzialismo, ma di investimento. Nessuno sembra riflettere sul fatto che la cultura sia realmente una opportunità di sviluppo economico e di posti di lavoro. Solo per lo spettacolo e la cultura, nella regione Lazio ci sono già 30mila posti di lavoro. Che ne vogliamo fare?».

E questa è una sollecitazione di carattere generale, ampiamente condivisibile. Ma sul piano pratico, immediato? Cosa si aspetta dal Sindaco?
«C’è qualcosa che non funziona nel meccanismo del finanziamento pubblico. I soldi sono pochi e spesi malissimo sia a livello nazionale che a livello regionale. Ci sono Regioni virtuose, che spendono bene, che hanno leggi di settore che funzionano. Nel Lazio i pochi soldi sono spesi molto male. Per troppo tempo, si è utilizzata la cultura come veicolo di consenso politico. E invece ora servono interventi seri, immediati. Non bisogna inventare nulla di nuovo, ma ad esempio, semplicemente copiare il modello milanese delle “convenzioni”. Questo vorrebbe dire istituzionalizzare il rapporto con il sistema teatrale che svolge, da tempo, una funzione culturale e sociale in città. In secondo luogo, si tratta di aiutare i piccoli spazi, e alcuni grandi, per superare astruse questioni legislative, come le norme di sicurezza, che impediscono la crescita: siamo teatri non cantieri edili. I piccoli teatri sono nati in spazi inventati, in luoghi ricavati da altre destinazioni, con condizioni particolari, ma molti hanno ormai attività istituzionalizzata. I grandi fanno fatica, in momento di crisi, ad adattarsi in maniera ligia alle richieste dallo Stato, anche perché servirebbero investimenti di centinaia di migliaia di euro, e in questo momento non riusciamo nemmeno a pagare la Siae! Come possiamo rispettare simili obblighi in una situazione così disastrosa? Ora il problema è di chiudere o non chiudere! Chiederei dunque, anche al futuro sindaco di Roma, di darci un veicolo per trattare di queste situazioni a livello nazionale. Infine, si tratta di riflettere assieme sulle attività e sulle funzioni degli spazi teatrali romani. Roma ha una grande quantità di piccoli spazi, ognuno con attività in qualche modo istituzionalizzata. Va visto con attenzione quello che accade.
Penso si debbano chiarire le funzioni di ciascuno nel territorio per capire come strutturare un “sistema”. E in questo contesto va risolta l’anomalia del Teatro Valle: pur condividendo le istanze iniziali degli occupanti, due anni di occupazione sono intollerabili. Un sindaco deve prendere in mano quella situazione, prendere atto che quello è un teatro nazionale, uno dei piu belli d’Italia e va gestito come un teatro. Non ho nulla contro gli occupanti, ma il fatto che ci sia una gestione anomala – come se fosse un teatro, ma non lo è – sia giuridicamente che amministrativamente, è impossibile».

E in questa situazione, qual è il rapporto con l’Europa?
Le Regioni devono fare la loro parte. All’Ue ci si aggancia attraverso gli enti locali. Per questo, anche come Agis Lazio, abbiamo chiesto a Zingaretti e all’assessore Ravera di essere connettori per i progetti con l’Unione Europea. Poi si tratta di farli, i progetti, e farli bene: ma penso che le idee ci siano, sento che c’è fermento. Il teatro non è morto. Il fermento culturale c’è, sono le strutture che rischiano di chiudere…».

Ne risente la produzione degli spettacoli?
«Mi viene da dire che, in questo momento, la produzione dovrebbe ripartire dai margini: dalla provincia, da territori diversi, dalla necessità. Dalla strada, insomma. Occorre ricominciare da lì. Se gli Stabili Pubblici facessero al 100% il proprio mestiere, dovrebbero investire sulla rinascita del settore, e invece fanno spettacoli da teatro privato. Ma anche il teatro privato deve reinventarsi. Ora le strutture sono troppo grandi, troppo pesanti, dunque problematiche. La produzione deve autosostenersi, e questo implica che si debbano fare progetti con grandissima cautela sia dal punto di vista dell’investimento iniziale che dei ricavi. Quindi rischiare – a parte per gli Stabili Pubblici che dovrebbero farlo di mestiere – è diventato impossibile. A me piacerebbe continuare a scoprire, a rischiare, appunto: ma i tempi mi fanno riflettere. Addirittura pensiamo a lasciare questo non-mestiere. Dopo aver investito 12 anni della mia vita in questo mondo, ho imparato tanto, ho ricevuto tanto; la mia famiglia ha dato moltissimo, anche in termini economici: ma quello che abbiamo ricevuto non è quello che questo teatro, non io, si meritava. C’è scoramento, perché non posso non constatare che, anziché incentivare l’innovazione, viene incentivata la cautela. È ovvio che se devi portare avanti una struttura dove lavorano 17 persone, devi pensare prima di tutto a non chiudere. Ma servirebbero invece seri incentivi per andare avanti, per continuare a sperimentare nuovi territori. Sono molto pessimista: il governo futuro dovrà affrontare certo altri problemi, e mi chiedo se la questione cultura sarà tra le priorità».

 Iscriviti alla newsletter

Vuoi essere sempre aggiornato? Iscriviti alla newsletter de Linkiesta.it .

Quando invii il modulo, controlla la tua inbox per confermare l'iscrizione

 Seguici su Facebook