Simone Paoli
Actarus
24 Aprile Apr 2013 1208 24 aprile 2013

I numeri del Governo Letta. Quali e per fare cosa?

Oggi il riconfermatissimo (per carità di Patria e manifesta incapacità dei parlamentari) Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha affidato ad Enrico Letta l’incarico per formare il nuovo governo, che sarà sorretto certamente da PD, PDL e SC.

Poiché questo governo nasce a seguito del discorso di Napolitano applaudito a scena aperta da tutti i parlamentari delle formazioni coinvolte (e non solo), è logico pensare che questo governo nasca per fare quelle riforme che il Capo dello Stato ha per anni richiesto.

Mi sono quindi posto la domanda: ce la può fare? La sola risposta può venire dai numeri. Sono partito dalla consistenza dei gruppi parlamentari, così come riportati nei siti ufficiali di Camera e Senato.

Stando alle dichiarazioni post consultazioni, terrò conto come voti a favore dei parlamentari di PD, PDL e SC. A questo punto introduco la variante “franchi tiratori” nel PD, contrari ad un governo di questo genere, per vedere la condizione peggiore, ed ipotizzo sia la metà del gruppo parlamentare. E’ questa chiaramente un’ipotesi molto grezza, che serve solo a capire la forza teorica di un governo del genere.

Così ragionando, il governo partirebbe da una base certa di 91 (PDL) + 21 (SC) + 54 (PD/2) =166 voti al Senato. Aggiungendo quelli delle autonomie (SVP) e altri del misto siamo poco sopra i 170.

Alla Camera, nello stesso ordine, 97 + 47 + 147 = 291. Aggiungendo altri voti sparsi siamo poco sopra i 300, quindi addirittura sotto la maggioranza.

Ipotizziamo lo scenario ideale, quello in cui il PD voti compatto. Al Senato si passerebbe a 219 voti complessivi (quindi ca 225 con gli altri) e alla Camera a 437 (ca 445 con gli altri). Questi numeri sono pericolosamente vicini a 211 e 421, che sono i 2/3 richiesti dall’articolo 138 per avere delle riforme costituzionali approvate senza passare per un successivo referendum (che sarebbe senza dubbio richiesto da M5S ed altri).

Conclusioni: il nascente governo avrebbe, se confermate le divisioni in seno al PD, buoni numeri per approvare riforme non troppo complesse da digerire per l’ala sinistra del PD (riforma elettorale, per dirne una), molto risicati per fare riforme costituzionali “blindate” (semipresidenzialismo, bicameralismo) a meno di aiuti esterni ulteriori, e sarebbe subito a rischio su temi sensibili per la sinistra che ama la sinistra, per dirla alla Civati (voglio vederli a fare qualche norma sulla Giustizia).

La nave che sta per salpare quindi non pare un galeone inaffondabile, e i molti scogli lungo la rotta dovranno essere aggirati con perizia. Perché molti dell’equipaggio sono pronti a scendere al volo.

In fondo sono gli stessi che han dimostrato di sapere affondare molto bene qualsiasi mezzo abbiano guidato, salvando alla fine solo se stessi e dimenticandosi dei passeggeri.

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