Ballatoio
24 Aprile Apr 2013 0941 24 aprile 2013

Quando l'austerity fa i conti sbagliati

Già tempo fa avevo dedicato alcuni post cercando di argomentare gli effetti negativi delle politiche economiche orientate all'austerità.

Alcuni giorni fa anche gli economisti più favorevoli a politiche di rigore ed austerità hanno dovuto sobbalzare sulle loro sedie. Si è scoperto infatti, come ha scritto Stefano Feltri sul Fatto Quotidiano, che uno degli articoli scientifici più influenti degli ultimi anni nel sostenere l'austerity era sbagliato.

Nel 2010, Kenneth Rogoff e Carmen Reinhart di Harvard presentano un paper che sembra dare basi scientifiche e inconfutabili alle politiche di austerità: confrontano molti Paesi, tra il 1945 e il 2009, e scoprono che quelli con i conti più in ordine, cioè con un debito sotto il 30 per cento del Pil, sono cresciuti in media del 4,1 per cento. Quelli con debito tra il 30 e il 90 del Pil del 2,8. Invece quelli con più del 90 per cento (tipo l'Italia) hanno avuto una crescita media negativa, -0,1. Traduzione di politica economica: quando il debito diventa troppo elevato, il cappio degli interessi porta il Paese in recessione. Dunque ridurre il debito pubblico a colpi di tagli e tasse è, per quanto sgradevole, necessario per tornare alla prosperità.

Tre anni dopo, due professori della Amherst in Massachusetts, Robert Pollin e Michael Ash affidano a un loro studente, Thomas Herndon, un esercizio classico ma poco praticato: prendere i dati su cui si basa una famosa ricerca e rifare i conti, come forma di esercizio. Risultato: i conti di Rogoff e Reinhart erano sbagliati, pare per colpa di un problema del software Excel che ha escluso alcuni Paesi e alcuni anni che avrebbero cambiato il risultato. I "revisori" ottengono infatti numeri assai differenti: i Paesi con il debito sopra il 90 per cento sono cresciuti, in media, il 2,2 per cento all'anno invece che -0,1 come stimato da Rogoff e Reinhart. Forse un po' poco, ma niente di drammatico.

I due economisti di Harvard ammettono gli errori ma si difendono così: anche nella nuova versione i calcoli dimostrano che i Paesi ad alto debito crescono in media meno di quelli con debiti bassi. Forse è vero. Ma questo ci permette di dire con sicurezza che alto debito e bassa crescita spesso si riscontrano assieme. Ma non è detto che il debito sia la causa della scarsa crescita. Potrebbe anche essere il contrario, come afferma anche Paul Krugman sul suo blog.

Non è la prima volta che questo genere di errori si verifica: qualche mese fa Olivier Blanchard, il capo economista del Fondo monetario internazionale: dopo aver spinto per anni per il rigore e la riduzione del deficit, ha dovuto ammettere che avevano sbagliato i moltiplicatori. Cioè che ogni taglio alla spesa pubblica in tempo di recessione aveva conseguenze sul Pil più gravi del previsto.

E se nel pensare alle politiche economiche da mettere in atto in Italia iniziassimo invece a guardare ai bisogni della società reale piuttosto che a dei moltiplicatori (per giunta sbagliati)?

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