Alessandro Paris
Margini
25 Aprile Apr 2013 1528 25 aprile 2013

Giuseppe Veltri, studioso del pensiero ebraico

In occasione della pubblicazione del libro Scritti politici e filosofici di un ebreo scettico nella Venezia del Seicento, (a cura di Giuseppe Veltri con la collaborazione di Anna Lissa e Paola Ferruta, Bompiani, Milano 2013), colgo l'occasione per porre alcune domande al suo curatore.

Giuseppe Veltri, professore ordinario di filosofia e religione ebraica all’università di Halle-Wittenberg (Sassonia-Anhalt, Germania, situata nella vecchia DDR). Ha studiato Ebraistica (Judaistik) e scienze delle religioni alla “Libera università” (Freie Universität) di Berlino dal 1986 al 1991 con Peter Schäfer e Carsten Colpe. Insegna filosofia e religione ebraica e fa ricerche su filosofi ebrei del medioevo e del rinascimento. I progetti di ricerca investono l’area di filologia (Premodern Scientific and Philosophic Terminology) e l’area di pensiero (Yehudah Moscato, Simone Luzzatto, Rabbi Löw di Praga ad. es.).

Cosa è la filosofia per te?

Filosofia è stata già da giovane liceale una compagna fedele dei miei pensieri. È la ricerca, soprattutto la domanda nella ricerca e il dubbio metodico su ciò che si crede di aver raggiunto. Filosofia è il domandar perpetuo dell’esser nel suo divenire, perché le domande restano, le risposte cambiano. Ciò non vuol dire che l’esser nel suo divenire è il possibile, ma vive nel possibile, la dimensione contingente del possibile è una costante dell’essere e coloro che sono alla ricerca delle verità eterne sono nel vero solo se la ricerca resta aperta, sono però sulla via erratamente pericolosa se credono che la verità sia raggiunta (oppure del tutto raggiungibile).

Quale credi sia il rapporto tra filosofia e autobiografia ?

L’esser nella sua contingenza delimita sempre le aree in cui ci perfezioniamo. Senza momenti biografici che ci incitano alla ricerca non usciamo dalla quiete del divenire. L’essere umano nella sua contingenza è essenzialmente pigro, tende cioè a fare ciò che non lo toglie dalla sua quiete istintiva. Solo eventi biografici possono invogliare a studiare, ricercare, trascendere il proprio particolare per raggiungere soluzioni, o almeno prospettive di soluzioni che riguardano il tutto o parte del tutto. La biografia è essenziale nell’avvio della ricerca, che però deve trascendersi, per evitar un misticismo narcisistico.

Quale pensi sia la differenza tra la pratica filosofica nell'Accademia e non solo tedesca e italiana?

L’assenza di idee e di movimenti di pensiero. Questo si vede in Italia come in Germania. Mancano movimenti filosofici che invogliano gli altri a pensare e a decidere sul futuro dell’umanità. Viviamo un quietismo intellettuale, forse più o meno sostenuto dalla velocità eccezionale delle notizie che ci pervengono dalla realtà e che esigono una risposta corrispondentemente veloce. La velocità della comunicazione ha preso di sprovvista l’accademia, che filologica nella sua essenza, ha bisogno, secondo il dettato di Nietzsche di tempo per riflettere. Questo iato tra velocità comunicativa e riflessione filosofica si fa sentire in entrambe le tradizioni. Mentre gli italiani si rifugiano nello studio di autori minori, dimenticati, che acquistano la dimensione di sottobosco, i tedeschi si dedicano all’eterna riflessione sull’etica e la fenomenologia, su Kant, Hegel e Heidegger. Sono ossessionati dall’imperativo categorico. Non vedo ancora possibilità estrinseche ed intrinseche per una nuova era filosofica e se va di questo passo saremmo sostituiti dalla sociologia e dall’antropologia culturale, nel loro ruolo di descrizione dei fenomeni.

Puoi dirmi qualcosa dell'ultimo tuo libro?

Se intendi il libro di Simone Luzzatto appena uscito dalla Bompiani, devo dirti che è solo il presupposto, un inizio autorevole, una riflessione ben più ampia sullo scetticismo ebraico. Luzzatto non è originale nell’insieme (lo scetticismo politico e filosofico esisteva prima di lui e lo ignorerà nel suo aspetto di impatto, anche e forse perché essendo ebreo non aveva accesso all’accademia), ma è originalissimo nel particolare. Detto con altre parole: Luzzatto ha speso la sua vita nella riflessione sullo stato degli ebrei proponendo una soluzione molto prammatica, cioè la loro funzione nella società come cellule politico-economiche, del tutto separate dal credo e del costume religioso. Prospetta una società basata sul benessere sociale ed economico, dissociandosi da tesi salvifiche religiose. Nel “Socrate” rinsalda questa possibilità escludendo anche il dominio della ragione (aristotelica), e proponendo l’assenza del dogma, cioè la sospensione del giudizio.

Stai preparando qualche altro lavoro?

Si. Tra alcuni mesi uscirà un libro sull’ebraismo dell’ottocento e del novecento nella sua logica di dissenso e conformità (Language of Conformity and Dissent, Academic Studies Press: Boston, 2013) e sto preparando uno studio sullo scetticismo ebraico in generale.

Quale libri consigli di leggere, essenziali, per una persona che si interessi di filosofia?

Mi limito alla filosofia ebraica e consiglio sempre Jacob Gutmann, Philosophie des Judentums, perché fondante. Poi per coloro che voglio avere uno sguardo su tutto il fenomeno propondo le varie storie della filosofia ebraica uscite negli ultimi tempi da quella della Kajon a Oliver Leaman etc.

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