Gaetano Farina
Leggere il mondo
27 Aprile Apr 2013 1035 27 aprile 2013

Cemento privato contro bene pubblico

La Costituzione italiana, all’articolo 9, pone tra i Principi fondamentali, come compito della Repubblica, la “tutela del paesaggio e del patrimonio artistico della nazione”. Le nostre città hanno conservato contesti storico-artistici ed ambientali preziosi, paesaggi incomparabili, opportunità uniche per affermare un’alta qualità della vita, che, tuttavia, rischiano di perdere valore per colpa dell’espansione edilizia incontrollata, oltre che dell’invasione del traffico automobilistico.

La “bellezza” e il “bello” saranno anche due dei concetti più “relativi” della storia umana, ma è indubbio come negli ultimi cinquant’anni si sia quotidianamente attentato alla bellezza e all’armonia paesaggistica delle nostre città con l’erezione di grigi ed ingombranti edifici residenziali assomiglianti, non di rado, a terrificanti casermoni, grattacieli americani, centri commerciali di ogni forma, colate di cemento su spazi originariamente verdi, collegamenti stradali e soluzioni per la guida automobilistica per nulla rispettose del contesto di appartenenza e altre grandi opere esteticamente strampalate (incluse molte di quelle che addirittura si presentavano come “opere d’arte”), prodotti non solo di pur legittime esigenze sociali e commerciali, ma anche, e troppo spesso, del colpevole malaffare fra amministratori pubblici e ristretti interessi privatistici.

Sebbene poco ascoltate, le associazioni ambientaliste continuano a denunciare lo scempio, come tanti saggi librari che anche in questa prima parte di 2013 hanno tentato di farsi spazio nelle librerie italiane. Ne presentiamo alcuni.

Il primo è di Maggioli (www.maggiolieditore.it), che seppur prevalentemente orientata alla produzione di manuali di diritto, per la pubblica amministrazione e la concorsistica, non disdegna brillanti ricognizioni sugli effetti dell’urbanizzazione (selvaggia) del nostro paese. Il recente “La bellezza civile. Splendore e crisi della città”, di Giancarlo Consonni, ne è un ottimo esempio. Secondo l’autore - ormai un esperto dello sviluppo urbanistico italiano come testificato dalla sua fiorente produzione letteraria -, la nostra penisola, dal boom economico ad oggi, è stata letteralmente travolta dalla bruttezza! Una discesa agli “inferi dell’estetica” condivisa con la maggior parte delle altre nazioni. Tanto che Consonni non usa mezze misure: “mai nella storia mondiale si è costruito come dal 1955 ad oggi, mai nella storia si è prodotto tanta bruttezza. Mentre la ricerca della bellezza per i corpi, l'abbigliamento, gli oggetti assurgeva a tratto distintivo dell'epoca in cui viviamo, il volto del mondo ha subito un imbruttimento verticale”. Due domande percorrono, quindi, gli scritti raccolti in queste 180 pagine: quali sono i segreti e da dove origina la bellezza urbana che abbiamo ereditato dalla storia? Quali le cause di un così esteso dilagare del brutto? Nel tentativo di rispondere, vengono attivati alcuni percorsi nel passato e nel presente. Il risultato è la conferma della fecondità della nozione di "bellezza civile" formulata da Giambattista Vico. La bellezza delle città e dell'architettura ha avuto il suo terreno di coltura nei legami civili, nella tensione a una identità collettiva e nel radicamento in ragioni di senso. La crisi attuale della bellezza urbana e dei paesaggi rinvia a una crisi ben più ampia, di cui si cercano le cause (probabilmente riconducibile allo sgretolamento della rete sociale e all’esaltazione degli interessi individuali), senza rinunciare a indicare possibili vie d'uscita.

Anche Castelvecchi (www.castelvecchieditore.com), come si evince dal suo catalogo storico,si dimostra particolarmente sensibile alla questione, tanto che il nuovo “Nella città dolente. Mezzo secolo di scempi, condoni e signori del cemento” di Vezio De Lucia aggiunge nuove informazioni e considerazioni a ciò che era già emerso sul patto fra politica e lobby del cemento con i precedenti la “La caduta di Stalingrado” di Luca Martinelli – sulla corruzione nel feudo della sinistra lombarda - , “Chi comanda Milano” di Alessia Candito, “Chi comanda Torino” di Maurizio Pagliassotti e “Chi comanda Napoli” di Musella e Manzo.

Anche per De Lucia, l’origine dei mali risale al periodo del boom economico ed esattamente quando “il 13 aprile del 1963 "Il Popolo", quotidiano ufficiale della DC, scrive che nello schema della nuova legge urbanistica presentato dal ministro dei Lavori pubblici Fiorentino Sullo (basato sull'esproprio delle aree edificabili) non era "in alcun modo impegnata la responsabilità della Democrazia Cristiana" ”. Per De Lucia è, infatti, il punto di non ritorno nella svendita dell’Italia a costruttori e palazzinari; con la netta stroncatura da parte dello stesso partito di Sullo svanisce ogni possibilità di sottrarre le nostre città alla violenza della speculazione fondiaria che aveva avuto il via libera alla fine della seconda Guerra Mondiale. A dare carattere definitivo alla sconfitta contribuì, come documenta doviziosamente l’autore, il tentativo di colpo di Stato dell'estate del 1964 (il cosiddetto “Piano Solo”) ordito dalla Presidenza della Repubblica e da ambienti politici e padronali “atterriti dalla proposta di riforma urbanistica”.

In queste 230 pagine, si ripercorrono, quindi, decenni di storia e cronache di "signori" del cemento armato, di paesaggi devastati, alluvioni, terremoti e tanta tanta incompetenza. Da Milano ad Agrigento, da Napoli a Roma, da Venezia all'Aquila, da Taranto a Sesto San Giovanni, ogni angolo del nostro paese è stato conquistato, a partire dagli edonistici anni Ottanta, dall’affermazione del pensiero unico neoliberista che ha quasi del tutto azzerato l'urbanistica. Sfumata poi nel berlusconismo, quello delle “grandi opere inutili e dannose” come il ponte sullo stretto e il TAV.

Molto utile al dibattito è anche “La sinistra e la città. Dalle lotte contro il sacco urbanistico ai patti col partito del cemento” di Roberto Della Seta ed Edoardo Zanchini, per Donzelli (www.donzelli.it), in cui si mette al centro l’ideale “di sinistra” della governance cittadina per lo sviluppo del bene comune e si propongono casi emblematici, a livello mondiale, per capire quanto e dove questa formula sia rispettata o tradita.

L’analisi, però, si concentra su quello che gli stessi autori definiscono il paradosso italiano. Dove, cioè, la sinistra oggi rivendica con orgoglio la propria natura riformista, ma ha quasi smarrito la tensione di un tempo in cui si combatteva per quel ideale: appare distante, infatti, dalla riflessione sull'urgenza di un freno al consumo di suolo e su altri temi ecologisti cruciali; legata, in alcuni casi e uomini, a pregiudizi ideologici - la mitizzazione dell'esproprio, la demonizzazione dei privati - e troppo vicina, in tanti altri, a quel "partito del cemento" trasversale che spesso detta legge sul futuro delle città ed è fonte di inquinamento affaristico della politica.

Eloquente è il titolo dell’ultimo lavoro di Leonardo Benevolo, “Il tracollo dell’urbanistica in Italia”, il principale autore di cui si serve Laterza (www.laterza.it) per riflettere di architettura e sviluppo metropolitano, anche sotto l’aspetto sociologico. Si tratta di un volumetto agile, di sole 116 pagine e a soli 10 euro, uscito prima del 2013, che, però, riesce, con accuratezza, sensibilità ed esaustività, a fare il punto su quella che viene definita l’ “eclissi del paesaggio italiano”. Provocata, prima di tutto, dell’indifferenza (se non complicità) da parte “dell'amministrazione dello Stato che ha delegato ogni competenza in materia, rinuncia volontariamente agli strumenti e alle politiche di regolazione, comprovati dall'esperienza internazionale, capaci di contribuire a invertire la tendenza”. Un libro, che grazie all’esperienza e competenza del suo autore - architetto e urbanista di fama mondiale – serve, contemporaneamente, a farci comprendere i processi decisionali sulle trasformazioni urbane, le politiche che incidono sulla qualità di vita di tutti, quelle che dovrebbero decidere la riqualificazione delle nostre città. Benevolo traccia, infatti, una ricostruzione storico-politica dello “sviluppo urbanistico” in Italia, ma, al tempo stesso, ne denuncia i gravi fallimenti ed errori (in alcuni casi, irreparabili) in un momento storico in cui si fa sempre più urgente l'attenzione per il paesaggio e l’ “agire sostenibile”.

Sulla stessa lunghezza d’onda, Salvatore Settis con “Paesaggio Costituzione Cemento”, ripubblicato anch’esso l’anno scorso da Einaudi (www.einaudi.it). Con questo illuminante ed appassionato saggio, Settis si conferma uno degli studiosi più sensibili riguardo alla difesa del patrimonio culturale, artistico e paesaggistico del nostro paese in un progetto di recupero di quei legami di solidarietà e di orientamento verso il Bene Comune che sono, del resto, il lievito della nostra Costituzione.

In queste 300 pagine denuncia, senza censure, come l’ecosistema italiano sia devastato impunemente ogni giorno, il pubblico interesse calpestato per il profitto di pochi. “Le leggi che dovrebbero proteggerci sono dominate da un paralizzante “fuoco amico” fra poteri pubblici, dai conflitti di competenza fra Stato e Regioni”, argomenta, in sostanza, Settis.

Ma il suo è anche un appello a non arrendersi, a provare a ribellarsi a questo stato di cose perché “l'apatia dei cittadini è la migliore alleata dei predatori senza scrupoli. E’ necessario un nuovo discorso sul paesaggio, che analizzi le radici etiche e giuridiche della tradizione italiana di tutela, ma anche le ragioni del suo logoramento. Per non farci sentire fuori luogo nello spazio in cui viviamo, ma capaci di reagire al saccheggio del territorio facendo mente locale”. In piena aderenza al manifesto di “Salviamo il Paesaggio” (www.salviamoilpaesaggio.it, forum dei movimenti per la terra e il paesaggio), Settis invoca una forte azione popolare contro la colpevole inerzia della politica e della partitocrazia, che rimetta sul tappeto il tema del bene comune come fondamento della democrazia, della libertà, della legalità, dell'uguaglianza.

Salviamo il paesaggio!” è proprio il titolo di un prezioso manualetto di Altreconomia (www.altreconomia.it), curato dal “solito” Luca Martinelli, che raccoglie e presenta tutte le risorse a disposizione del cittadino per far valere i propri diritti e tutelare il territorio, raccontando 19 "storie da copiare", dalla resistenza dei comitati alle scelte virtuose delle pubbliche amministrazioni.

In questa discussione, risultano ancora imprescindibili i più datati “La colata” (www.chiarelettere.it) che, non a caso, ha raggiunto le tre edizioni, e “Le conseguenze del cemento” del già citato Luca Martinelli, assurto a massimo esperto in Italia della materia, anche grazie alla sua proficua collaborazione con la rivista Altreconomia (www.altreconomia.it), essa stessa sempre in prima linea per le battaglie contro la cementificazione e il consumo indiscriminato del suolo. Entrambi i libri, infatti, hanno il merito riconosciuto di aver richiamato l’opinione pubblica e l’attenzione massmediatica sugli scempi urbanistici ed architettonici del nostro paese e sul sottostante disprezzo per il “bene comune”.

Il lavoro e le opere di Martinelli, in particolare, sono spesso richiamate e utilizzate da trasmissioni televisive e documentari.

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