Andrea Porcheddu
L’onesto Jago
30 Aprile Apr 2013 1520 30 aprile 2013

Il "teatro dell'esporsi" di Alessandro Gassmann

Venezia ha voluto rendere un piccolo ma vivace omaggio al direttore artistico del teatro Stabile, Alessandro Gassmann. Molto amato dal pubblico (non solo locale), l'attore e regista - con la concreta complicità organizzativa di Massimo Tamalio - ha dato un'accelerata notevole alla scena teatrale in laguna. Si deve alla nuova direzione, infatti, una costante apertura al nuovo teatro (anche con interessanti forme "spot" di due sole repliche) e una rinnovata attenzione alla drammaturgia contemporanea. Ma qui non voglio parlare dell'azione "politica" come direttore di un teatro stabile (ma vale la pena ricordare che ogni scelta organizzativa è anche una scelta artistica e politica) quanto piuttosto concentrarmi sul lavoro registico e interpretativo.

Così, complici le ultime repliche per la stagione del Riccardo III di Shakespeare, che Gassmann ha allestito nella acuta riscrittura di Vitaliano Trevisan, è stato possibile non solo rivederlo in scena, ma anche - nel nuovo cinema Rossini, da poco aperto - vedere il primo lungometraggio da lui diretto e interpretato. Si tratta, come molti sapranno, del film Razzabastarda, tratto per l'appunto da un testo teatrale che Gassmann aveva presentato un paio di stagioni fa, Roman e il suo cucciolo: storia di ordinaria emarginazione, spaccio e violenza, di un immigrato rumeno e di suo figlio. (spettacolo che, nonostante i premi, non mi aveva convinto al 100%). Allora, proprio la visione a distanza ravvicinata del dittico film-spettacolo, consente invece qualche pacata riflessione sul percorso di questo artista.

Mi piace definire il teatro di Alessandro Gassmann un "teatro dell'esporsi". In primo luogo, infatti, lui espone se stesso; come si dice: "ci mette la faccia". Obietterete che ogni attore deve forzatamente esporsi, in scena: ma Alessandro gioca, sapientemente e perennemente, con il "primo piano", anche a teatro. Ben sapendo la sua condizione di "figlio d'arte" che spinge il 70% del pubblico - specie quello di mezza età - all'inesorabile e ingiusto confronto con il padre. Alessandro è là, consapevole di sé, senza nascondere l'eventuale disagio. Complice il personaggio shakespeariano di Riccardo - che sovente parla direttamente al pubblico - anche Gassmann si gioca apertamente tutto: sera dopo sera, spettacolo dopo spettacolo, rischia su e con se stesso. Al tempo stesso, si fa garbato capocomico, dando spazio e attenzione ai comprimari, al gruppo. Ma, in questa prospettiva, il suo è un teatro dell'esporsi anche e soprattutto perché il regista sceglie sempre cifre molto "esposte": tutto è detto, addirittura urlato, sottolineato. Travalica i limiti dell'espressionismo, spingendo fino al parossismo le cifre interpretative, giocando anche con trucco, costumi, amplificazione. Si è detto, spesso e a ragione, che il teatro di Gassmann è "cinematografico": vero, verissimo per molti aspetti (l'uso sistematico di immagini e proiezioni che connotano, ambientano, sottolineano fino al didascalismo più evidente), ma in questo gioco tautologico - dico "fuoco" e vedo proiettato il "fuoco" - c'è poi lo scarto attorale che è, appunto, soventemente anti-mimetico, anzi paradossalmente anti-naturalista e dunque anti-cinematografico - laddove pensiamo normalmente una recitazione cinematografica come più minimale, aderente alla realtà. Al tempo stesso, il teatro mantiene saldi i suoi principi creativi, le sue specificità e - pur tenendosi certamente in un filone che direi "mainstream" - proprio per questo stridore, Gassmann sta operando una ricerca interessante: non ancora tutto è risolto, ma Riccardo III mi sembra segni un punto notevole nel lungo viaggio del regista. Dello spettacolo piace segnalare la cifra "fuori squadra" che l'attore dà al personaggio: sin dalla locandina si intuisce che questa figura è qualcosa a metà tra Terminator e un musical, alla Rocky Horror Picture Show, tra Bela Lugosi e Blade Runner. Altissimo, sovrasta la coralità degli altri, si muove a fatica, con evidenti smorfie di dolore, eppure - proprio come nell'originale di Shakespeare - è se stesso fino in fondo, addirittura arriva a piacersi nella sua difformità. Un altro elemento che vorrei evidenziare, che mi sembra torni in tutti o quasi gli allestimenti e nel film, è la presenza della "coppia comica". Sempre ottimamente affiancato da Manrico Gammarota - un attore di cui bisogna davvero tener conto - Gassmann riproduce con sottile (auto)ironia il meccanismo classico della commedia all'italiana. Il comico e la spalla (ma qui spesso i due ruoli si scambiano e si confondono) danno vita ad un costante scavallamento di generi: dal tragico al comico e ritorno, coinvolgendo spesso il pubblico in giochi divertenti e dissacranti. Sia nel film, dove aveva la parte dell'amico e socio Geco, sia nel Riccardo III dove interpretava il ruolo del sicario Tyrrell (debitamente ampliato), Gammarota è una sorta di istrionico, vulcanico, demistificatore alterego: e chissà perché, vista la passione di Gassmann per la drammaturgia del Novecento, ma mi aspetto di vederli, prima o poi come Ham e Clov, o come Vladimiro e Estragone. Questo elemento favorisce anche un altro fattore da considerare: nel teatro di Gassmann è sempre forte l'attenzione per la forma narrativa. Sarà l'influsso cinematografico, anche in questo caso legittimo, ma di fatto il regista ama raccontare storie, ama il plot, insomma, abbandonando definitivamente criptiscismi o incomprensibili metafore: anche da qui passa, probabilmente, il largo favore di pubblico. Infine: il rapporto con il padre. Alessandro Gassmann non nasconde la faticosa eredità, ché anzi tutti o quasi i suoi spettacoli (in modo evidente in Roman e nello Shakespeare, che fa i conti, senza mezzi termini, con il celebre allestimento di Vittorio Gassman diretto da Luca Ronconi, con le strutture lignee di Ceroli) affrontano il tema del rapporto padri-figli. Mi sembra però che quel suo esporsi, quel suo bruciarsi vivo, a teatro, sulla fiamma di un passato ancora presente, sia il modo non solo per elaborare - ché qui non si tratta di far analisi - ma di rendere teatralmente scoperto il nervo di una questione generazionale ben più ampia del suo caso singolo e personale. E se pure, quando sbarcò in laguna, trovai eccessivo quello spendere la sua bella faccia per pubblicizzare non solo la stagione dello Stabile ma anche - che so - l'abbonamento ai vaporetti, ora mi par di capire che quella sovra esposizione di sé sia piuttosto un micidiale fare i conti con se stesso e un implacabile dire al mondo: io sono qua, sono io, con difetti e pregi, paure e certezze. E mi pare di poter dire che in scena quel passato comincia proprio a passare.

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