Alessandro Paris
Margini
30 Aprile Apr 2013 1256 30 aprile 2013

Piccola nota sull'uso di alcune parole

In questi ultimi giorni è molto di moda il termine “realismo”, in riferimento alla politica. E mi ha colpito anche un'altra locuzione: «sovversivismo della verità» (cfr. discorso di Enrico Letta alla Camera del 29.IV.2013). Sembra che il primo termine sia usato nel contesto del tentativo di acquiescenza rispetto alle critiche che salgono da molte parti, nella cosiddetta base, sull’anormale alleanza PD-PDL. Non so se si tratti di moda passeggera, e neppure come avvengano questi fenomeni mimetici, per cui alcune password sembrano esplodere d’improvviso, per poi essere risucchiate nell’altalena di un ambivalente oblio. Eppure, il trend è quello. Sull’onda, forse, di una riviviscenza, in filosofia, del realismo, accompagnata da un progressivo discredito del costruttivismo postmoderno, per il quale “non esistono fatti ma solo interpretazioni”. Sarebbe solo da ricordare che, nel pensiero di Maurizio Ferraris, sono proprio gli oggetti sociali quelli a cui si applicherebbe ancora il testualismo debole (oggetti = atti inscritti), essendo gli oggetti naturali per loro natura in gran parte inemendabili. E quindi, paradossalmente, andrebbe semmai riabilitato un certo debolismo proprio relativamente ai primi. Ma si sa, l’opinione pubblica e il suo formatore-amplificatore, i media e i social media, non ha tempo per occuparsi di filosofia. La segnalazione dell’uso linguistico è dunque interessante, perché tale locuzione, nata in un contesto teoretico, sembra essere diventata la cifra di un zeitgeist nell’uso pubblicistico e ordinario, esattamente in senso contrario rispetto a quello originario. Circa la seconda locuzione, “sovversivismo della verità”, viene in mente un duplice riferimento. Innanzitutto, il famoso discorso americano sulla parresia (il parlare chiaramente in pubblico, la sincerità morale e politica) di Michel Foucault: Discorso e verità nella Grecia antica, Donzelli 2005; secondariamente Hannah Arendt, Verità e politica, Bollati Boringhieri 1995 e 2004. Di questo testo ricordo solo l’incipit, illuminante e meritevole di segnalarsi come monito assai attuale: «Nessuno ha mai dubitato del fatto che verità e politica siano in rapporti piuttosto cattivi l’una con l’altra e nessuno, che io sappia, ha mai annoverato la sincerità tra le virtù politiche» (Ivi, p. 29) Eppure la visione peculiare della politica da parte di Arendt potrebbe essere sospetta, in tempi di grillismo: la democrazia diretta implica che la prassi parresiastica sia ineludibile. Forse questa parresia potrebbe essere ricercata anche senza arrivare all’abolizione della democrazia rappresentativa. Chissà: potrebbe essere un’occasione per riscoprire quanto male faccia un uso troppo disinvolto del machiavellismo.

 Iscriviti alla newsletter

Vuoi essere sempre aggiornato? Iscriviti alla newsletter de Linkiesta.it .

Quando invii il modulo, controlla la tua inbox per confermare l'iscrizione

 Seguici su Facebook