Simone Paoli
Actarus
2 Maggio Mag 2013 1727 02 maggio 2013

Non c'è più rispetto, neanche tra di noi

In questo ultimo periodo leggendo le cronache politiche (ma non solo) emerge in maniera chiara e netta che abbiamo perso un valore che dovrebbe essere comune ad una società che millanta di definirsi civile.

Quale è questo valore sempre più relegato in un angolo, abbandonato e in alcune occasioni quasi svillaneggiato, quasi fosse un elemento di debolezza?

E non ha importanza, giunti a questo punto, chi ne abbia decretato per primo l’ostracismo, perché il bando a cui è sottoposto è ormai diffuso ovunque, e il suo doveroso recupero deve essere uno sforzo comune.

Senza questo valore succede che marito e moglie si tradiscano, spesso e volentieri senza sensi di colpa, magari trascinando in situazioni complesse (eufemismo) i figli. Che le partite di calcio diventino occasioni non di festa ma di regolamenti di conti per lo più fini a se stessi, mascherati da un onore che non esiste. Che il Parlamento risulti un locale in cui ci si comporta come nei peggiori bar di Caracas (sempre che in quei bar ci si comporti così male), e che fuori tra piazze e talk show televisivi non ci sia più differenze tra turpiloqui vari e dita medi alzati. Che nel lavoro gli impegni presi, sia da privati che dallo Stato, valgano quel che valgano, tanto i problemi sono sempre degli altri (ma occhio che prima o poi gli altri siamo noi, e non è una citazione Tozziana ma ahimè Tafazziana). Succede ancora che persone elette/nominate cambino maglia e collocazione come cambia il vento, o che non seguano, apertamente o meschinamente, le indicazioni del movimento grazie al quale sono elette.

Potrei continuare a lungo, l’elenco è sterminato, il fattore comune è uno solo.

La mancanza di rispetto.

Ne avevo scritto in occasione del rapporto uomo-donna, ma qui mi preme sottolineare che la situazione è oramai degenerata e coinvolge ogni campo della vita pubblica e privata. In famiglia (tra genitori e genitori e figli, per non parlare degli anziani), nella scuola, nel lavoro, nello sport, nella politica.

Ognuno ha solo diritti, ognuno ha solo ragione, nessuno sbaglia mai. Io mi rendo conto che il rispetto sia un’arte difficile: presuppone il mettersi in discussione continuamente, il chiedersi dove siano i limiti alla propria libertà ed dove inizi quella dell’altro. Implica l’accettare che ci sia spazio anche per chi è al mio apogeo intellettuale.

Comporta perfino la necessità, in certe occasioni, di collaborare con chi non è proprio il mio compagno ideale, e farlo pure rispettando regole e buona educazione. Tutto questo richiede fatica, tanta fatica, soprattutto mentale. Ed in effetti è più semplice chiudersi a riccio nella purezza delle proprie convinzioni, abitudini e usanze. Ma alla lunga non porta lontano.

Chiudo con un esempio che mi ha colpito. La foto dell’attentatore dei Carabinieri a terra su tutti i giornali. Meritava rispetto? Facile dire di no. Eppure per me la risposta giusta è questa, anche se richiede uno sforzo quasi immane, costringendoci ad andare oltre l’istinto, oltre la pancia:

“Anche sparatore é persona con suoi diritti. Sarà giudicato come é giusto. Come oggi é stato fermato nei modi necessari. Foto altra cosa”

La frase non è mia, per scoprirne l’autore, cercatelo su Twitter.

 Iscriviti alla newsletter

Vuoi essere sempre aggiornato? Iscriviti alla newsletter de Linkiesta.it .

Quando invii il modulo, controlla la tua inbox per confermare l'iscrizione

 Seguici su Facebook