La schiena di Gino
3 Maggio Mag 2013 0825 03 maggio 2013

Il metodo di Quirico è quello di Flannery O'Connor

Oggi, 3 maggio, è la giornata mondiale della libertà di stampa. Anche in questi primi anni del XXI secolo, il giornalismo è ancora una professione che - per dirla con Dante - «libertà va cercando, ch'è sì cara» (Purgatorio, I, 71). E' un emblema di ciò il mistero che avvolge la vicenda umana di Domenico Quirico, inviato de La Stampa scomparso in Siria (non si hanno più sue notizie dall'8 aprile). Il quotidiano diretto da Mario Calabresi gli dedica uno speciale, al cui interno è contenuta un'intervista che il giornalista di Asti aveva rilasciato a marzo alla rivista Tracce.

Al centro dell'intervista c'è il metodo di lavoro di Quirico e, soprattutto, il racconto della sua esperienza nelle zone di guerra. Violenza, miseria, malvagità. Ma anche umanità, carità, grazia. Non poche sono le consonanze con quello che la grande scrittrice Flannery O'Connor raccontava di sè e del suo mestiere di romanziere in Mystery and Manners del 1969 (i saggi che compongono la raccolta sono stati tradotti in Italia in due volumi Nel territorio del diavolo e Il volto incompiuto). Nell'opera della grande scrittrice cattolica, infatti, la violenza non è mai fine a se stessa, ma adempie a una funzione strumentale: essa, infatti, «è stranamente capace di ricondurre i personaggi alla realtà», dal momento che «rivela i tratti meno superflui» della personalità umana.

Nella speranza di assistere al suo ritorno in Italia. E nell'attesa di poter leggere nuovamente i suoi reportage. Consiglio a tutti di leggere questa stupenda intervista (qui di seguito la versione integrale), in cui ben si evidenzia il robusto filo che lega Domenico Quirico e Flannery O'Connor.

* da Tracce.it:

Avevano poco più di vent’anni. Non lo avevano mai visto prima, né lui aveva soldi da dargli. Due ragazzi, tra le fila dei miliziani di Gheddafi e senza intenzione di disertare: non avevano nessun interesse a rischiare così tanto per lui e per gli altri tre sahaffia, giornalisti stranieri, appena presi in ostaggio. Eppure hanno convinto gli uomini del comando a rimandare l’esecuzione, ad attendere. Poi li hanno nascosti in casa, mentre fuori passava e ripassava la battaglia, «per toglierci dalla vista». Di nuovo, li hanno difesi quando gli uomini del Rais li hanno trovati e trascinati in strada per giustiziarli. E l’indomani, all’alba, li hanno portati al primo posto di blocco del nemico, dei rivoluzionari.
«Quel giorno, ho visto la carità. L’unica forma che assume il divino nel mondo». Era l’agosto di due anni fa. Domenico Quirico, sessantun anni, sposato e con due figlie, è inviato de La Stampa. All’epoca del rapimento in Libia, dopo sei anni da corrispondente a Parigi, aveva da poco iniziato ad attraversare le varie rivoluzioni della Primavera araba: Tunisia, Egitto, Libia. Poi sarebbero arrivate Somalia, Siria, Mali. «Ho avuto questa fortuna», dice. «Ho vissuto cose molto dolorose e complicate, ma ho avuto fortuna. Perché non sono più la stessa persona di prima». Tracce lo raggiunge non appena tornato dal Mali.

Che cosa ha visto?
Quello che era inevitabile accadesse, complice il disinteresse totale dell’Occidente.

L’islamizzazione dell’Africa?
Guardi, ricordo che la prima volta in cui ho proposto un reportage tra i tuareg ribelli, nel 2007, sembravo un marziano. Ero andato verso Nord, nella terra di al Qaeda, nella stessa zona che fino a qualche settimana fa era sotto il controllo jihadista... Semplicemente, mi ero reso conto che là si stava costruendo qualcosa di pericoloso. E ora lo abbiamo sotto gli occhi.

Cosa intende?
Stiamo parlando di una scelta precisa. Al Qaeda non si è africanizzata per piacere o perché non aveva altri posti. Innanzitutto: non ha mai avuto un territorio, è sempre stata una componente della strategia di altri alleati, mentre là, per la prima volta, ha amministrato un territorio, vero e proprio. Il che significa una popolazione e grandi città. Non solo, si tratta di un territorio ben preciso.

Strategico?
È assai più importante dell’Afghanistan, perché al centro di una zona ricca di materie prime fondamentali, dal petrolio all’uranio; è vicino ai Paesi che hanno fatto la rivoluzione araba e che stanno virando sotto il controllo di partiti islamici; è difficilmente controllabile, perché è il deserto, se non ci sai vivere non resisti. E, poi, è ad un’ora di volo dall’Europa, terra di passaggio per droga e clandestini: cioè, la bomba perfetta per scardinare le nostre società. In più, al Qaeda oggi è una straordinaria fusione di fanatici religiosi e delinquenza comune. I suoi capi non sono gli stessi dell’inizio: vengono da esperienze di contrabbando e hanno - mi passi il termine - una “sensibilità” diversa. Hanno una politica, sono entrati nel gioco dell’economia e nella storia del deserto. Così hanno trasformato i tuareg da musulmani molto tiepidi a salafiti, in un tempo rapidissimo. Tre, quattro anni.

Che cosa ha permesso che questo accadesse?
La responsabilità più grande è non interessarsi della disperazione di quella gente, della loro emarginazione. Perché è su questo che al Qaeda costruisce. Prendiamo i tuareg: sfruttati dai governi neri impiantati dal “colonialismo”, abituati a fare la manovalanza dei traffici che passano nel deserto, su pick-up che portano droga o guidano i convogli degli emigranti. Li hanno trasformati in islamisti. Ora, noi crediamo di aver chiuso la partita: Timbuctù è libera, si scattano le foto dei soldati francesi che danno i bonbon ai bambini maliani, una bella vittoria, per di più fatta da un Governo di gauche... Il massimo dei massimi. È la fase di orgasmo patriottardo: bandierina, Marsigliese e tutti a casa. Con il Mali che esce dai giornali. Ma è a questo punto che al Qaeda riprende a lavorare. Sulla disperazione della gente e sulla debolezza dei Governi, nigeriano e maliano, che restano corrotti.

Non cambia nulla?
Non c’è un piano politico per il Dopoguerra, non c’è niente. Il problema è che a noi interessa molto la parvenza delle cose. Non ci si è accorti del crescere di questi batteri, per poi pensare che la soluzione fosse l’intervento militare. Al posto di lavorare per cambiare le condizioni che hanno permesso la crescita di al Qaeda. Ma è su questo che si gioca tutto. Ora si dice: facciamo le elezioni entro luglio. Ma dove? Come? In un Paese controllato dalla giunta militare che ha fatto il golpe l’anno scorso? Dove a comandare non è nemmeno tutto l’esercito, ma una parte, quella di coloro che vogliono farla finita con i tuareg, e non in senso politico, ma di pulizia etnica? Comunque, in questo momento era inutile per me stare là.

Perché?
L’arrivo dei francesi ha messo una gabbia enorme su quello che succedeva: tutti i contatti, spariti. Non c’era proprio la possibilità di raccontare. Un esempio: hanno preso Diabaly di venerdì, i giornalisti li hanno fatti entrare solo lunedì. Volevano ripulire la scena. Quella è una zona wahabita, in cui al Qaeda è andata perché sapeva che c’era una popolazione favorevole, eppure tu chiedevi alla gente e sembrava non fosse successo nulla. Avevano paura. Questo non fa che aggravare l’incapacità del nostro mestiere. Che in Siria è stato proprio un fallimento.

Si riferisce alla disinformazione, alla responsabilità dell’Occidente?
Quella siriana è una delle tragedie più terribili degli ultimi anni. Io l’ho attraversata in modo diretto: dal 2011 ci sono andato quattro volte, l’ultima di recente. E ho visto l’impotenza del nostro lavoro a trasformare i fatti in coscienza, anche collettiva. La Siria non è diventata un problema della società civile occidentale. Io credo che accada perché non si riesce più a creare compassione. Questo è il problema dei giornali, non il bilancio in rosso, la pubblicità... Ma l’incapacità a raccontare il dolore. Si va nei luoghi in cui l’uomo soffre, ma non si comunica nulla, ci si perde dietro ad altre cose.

Ma cosa vuol dire per lei comunicarlo?
Condividere. Andare lì e condividere. E poter trasmettere quanto siano terribilmente vive le cose che vediamo. Il reportage, che è stata la parte essenziale e costitutiva della storia del giornalismo, oggi vive una nuova necessità. Bisogna essere all’interno del fatto, rischiando, senza avere un modo per scampare a ciò che accade. Poi, c’è tutto il disperato tentativo della scrittura di restituire in minima parte gli uomini che vedo, di dare a te che non sei lì, almeno per un’infinitesima parte, il senso di esserci, di vedere.

Trasmettere compassione basta a far comprendere, a rendere coscienti?
Il capire viene dopo questo, non prima. L’emozione stessa è un elemento per capire. Questo non toglie che io sono perfettamente consapevole di raccontare una parte, una piccolissima parte. Ma è inevitabile: devi scegliere dove stare. Non puoi essere un’entità superiore, devi sporcarti le mani.

Perché, da quando ha ripreso a fare l’inviato, non è più la stessa persona di prima?
Questo modo di fare il mestiere mi ha messo di fronte all’eterno problema del male. No, in realtà il male non è un problema... È un mistero. E questo lavoro è calarsi nel mistero del male.

Cosa intende per mistero?
Il male è un mistero perché se lo frequenti, se ci sei dentro - e nella guerra viene fuori da tutte le parti, si manifesta, lo vedi, ti tocca -, scopri com’è difficile da definire. Guardi, io so nome e cognome dell’uomo che voleva ammazzarmi in Libia. Lo ricordo perfettamente, potrei riconoscerlo tra diecimila persone. È un comandante delle milizie di Gheddafi. Allora, io non ero un combattente, non ero un traditore, ero solo lì per raccontare, ma lui voleva farmi a pezzi. Voleva farmi del male. Ma io posso dire così e basta? No, non posso.

Perché?
Perché poi scopro che quell’uomo ha avuto quattro fratelli ammazzati dai ribelli e in me ha individuato, somaticamente, la causa di quella disgrazia, della sua disperazione. Ora, non ho la sindrome di Stoccolma, ma comprendo quell’uomo.

Il male è un mistero perché è un mistero l’uomo.
Sì, possiamo dire così. Credo che, in fondo, quello di cui parlo sia l’eterno problema del peccato e della grazia. Ma lasci stare... Io faccio il giornalista, non sono mica un prete.

Non sono cose “da preti”. Se il suo lavoro l’ha messa di fronte al problema del peccato e della grazia, vorrei capire perché.
Perché gli avvenimenti che ho attraversato mi hanno costretto a pormi delle domande, a fare certi ragionamenti. Mi hanno cambiato. Rimettendomi davanti alla domanda che l’uomo si fa da sempre: Dio esiste o no? La presenza della grazia e del peccato per me è la risposta a questa domanda. Così nell’atto totalmente gratuito di quei due ragazzi, che hanno salvato me ed altre tre persone senza guadagnarci nulla, io ho visto la manifestazione della grazia. La prova dell’esistenza di Dio. Lì, così, in un giorno qualsiasi di un Paese africano, in una guerra tremenda, in un massacro senza luce, semplicemente, si è manifestata la grazia.

Come c’entra questo fatto con il suo cambiamento?
Credo che nel destino di ognuno di noi ci sia uno strappo. C’è qualcosa che ci disarticola da ciò che eravamo e ci fa approdare a qualcosa di nuovo. Ecco - se posso dirlo - io in quella vicenda, ma non solo in quella, ho vissuto il mio personale strappo. Qualcosa è cambiato. Il mio rapporto con la vita, con gli uomini, con la quotidianità è completamente diverso.

In che senso?
È difficile da dire. Ma io ritrovo, o meglio cerco di ritrovare, in ogni posto in cui sono, il segno di quell’esistenza. La cerco negli uomini.

E ora che è tornato a casa, alla vita quotidiana?
Non posso nasconderle un certo disagio. È una mancanza... Ma non dell’adrenalina. È piuttosto il non sentirmi al mio posto. Ognuno ha il suo compito: c’è chi racconta altro, come le vicende della società italiana. Io, per la conoscenza - se pur modesta - di quei posti, mi sento chiamato là. Dove, tra l’altro, mi è più facile riconoscere la grazia. Io non ho mai avvertito così concretamente presente Dio come in un luogo da cui sembra essere stato cacciato con violenza e furia.

Dove?
Nella cattedrale distrutta di Mogadiscio. È un deposito di immondizia, polvere e letame. Là non ci sono più cristiani, o sono stati uccisi o sono scappati. E i poveri somali vivono in quello che resta della chiesa, tra i detriti. Ma in alto, nella navata scoperchiata, c’è un Cristo decapitato. Con le braccia spalancate. Accoglie tutto quel dolore. Mi sono detto: «Lui è ancora qui». Ho pensato che in quel posto non c’era più niente, ma c’era tutto.

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