Giulia Valsecchi
Cineteatrora
4 Maggio Mag 2013 1530 04 maggio 2013

Pantani o il silenzio degli ultimi

La cerchia sociale cui si ascrivono parole, testimonianze e prove è un teatro di facile merito o distruzione. Un trampolino di lancio o un affondo terminale. Ne esistono casi molteplici, mille derive di una ribalta che sfocia nell’espiazione voluta dalla società e nella sottomissione a un castigo che premia le marionette più furbe, quelle tirate da fili che non hanno lo stomaco duro, ma molle di contraffazioni, interessi e invidie represse.
La morte del ciclista Marco Pantani è stata svenduta come lascito di un’autodistruzione, debolezza del campione travolto dalle smanie della risalita e dal dominio della scena. Chi ne risolleva la memoria alle spalle di un rito officiato dalla sfortuna e dall’accanimento dei maneggi, chi ne veglia l’archetipo tragico è il gruppo del Teatro delle Albe di Ravenna. La scrittura e regia di Marco Martinelli aprono a una crocifissione di famiglia e a un coro guidato da un corifeo che impersona il giornalista francese Philippe Brunel, autore di Gli ultimi giorni di Marco Pantani, saggio che si oppone all’ipotesi di una morte scelta e sostiene anzi la solitudine della vittima.
Un corredo perfetto quello del suicidio spacciato per vero al residence riminese “Le rose” il 14 febbraio 2004, dopo dieci anni o forse sei di carriera nell’era della fabbrica della carne in cui Brecht aveva già incastonato l’annullamento dell’eroe e la serialità omicida. Marco Pantani è uno che viene dal mare di Cesenatico, una testa matta che devolve la precisione più maniacale a una bicicletta cullata nel letto da bambino e inforcata come una vela sui sentieri più ripidi. Dal Monte Carpegna, dove si allena accanto ai professionisti, al massiccio trentino della Marmolada fino alla Colombia e al monte Ventoux.
La madre Tonina, interpretata da una marmorea Ermanna Montanari che strabuzza gli occhi e limita i passi all’orrore del rifugio violato del figlio, è l’altra voce accanto al narratore giornalista. Siede su un divano borghese di fianco alla figlia Manola e al marito Paolo, un bravissimo Luigi Dadina. Insieme, la famiglia riunita ascolta fisarmonica e canti popolari romagnoli, assiste con il pubblico alla catarsi delle scene corali che ricordano con rabbia, rievocano trasfusioni politiche e amicizie giovanili di un vagabondo che non ha ancora ricevuto degna sepoltura. Uno ineguagliabile negli stacchi e per questo imbrattato anche dal destino, parola vaga quanto un’impalcatura di accuse ed eventi, come lo strano incidente che nel 1996, durante la Milano-Torino, vede Pantani investito da un fuoristrada e costretto a fermarsi per un anno.
Il rumore nella sua testa è continuo, pari al grido della madre che caccia via i giornalisti quando le inchieste sul doping provano a far marcire quel talento grande che nel 1998 vince il Giro d’Italia e il Tour de France. Troppi i soldi e troppi i falsi amici del Pirata, giovane vecchio osannato e poi risucchiato dalle fogne del pubblico pagante. Elevato e corroso dai titoli, Marco Pantani, il ragazzino che sfreccia sul lungomare di Cesenatico, diventa il traditore braccato dai Carabinieri a Madonna di Campiglio nel 1999 per un esame giudicato poi inattendibile per via del livello di ematocrito oltre il limite.
La miseria di certe scommesse, nota al banditismo di Vallanzasca come giro di puntate e trucco di capitali, vuole fare fuori il fuscello romagnolo che batte chiunque. La rabbia e l’umiliazione sono la fiamma di una distruzione lenta che la “sostanza” interviene a sedare per non dover più fare i conti con la vergogna, con il mettersi a capo di una protesta di categoria contro quei controlli a tappeto che mai arrivano a colpire i potentati delle società di calcio, né tantomeno i robocop come Armstrong. Pantani avrebbe dovuto perdere, ammettere di aver assunto ormoni che facilitano la resistenza e rinunciare a un primato scomodo perché al top di prestazioni maturate già alle corse per dilettanti, accanto al primo direttore sportivo e calzolaio Pino Roncucci.
La sapienza teatrale del gruppo delle Albe è di non scorrere mai distrattamente sui dettagli di un male dove l’eroe compare soltanto in video e non rivive in imbarazzanti riedizioni, una vittima coperta di ingiurie da cui si escludono figure cardine come il nonno Sotero o il Pezzi, il direttore sportivo che offre a Pantani di ripartire dopo la Milano-Torino. E come Roncucci non ha mai avuto dubbi sul talento congenito di un ciclista che non piange mai ma riparte, così la trappola di Campiglio sancisce l’inizio del suo declino fino all’ultima salita nel 2003.
Il processo scenico sa scandagliare la purezza indomita di qualcuno che, di certo, è stato lapidato pubblicamente e finito da una morte incerta per overdose troppo facile a dirsi. L’arte del dubbio, di cui tanto sembra nutrirsi il secolo e che invece con un colpo di spugna si lava via nei teatrini televisivi, non ha mai preso posto nel tribunale delle cronache. Resiste invece la solitudine atroce di un mingherlino di 34 anni che sa usare mani e gambe senza potersi difendere da un sacrificio inesorabile e assoluto.

fino all'8 maggio - Teatro Elfo Puccini Milano

Teatro delle Albe/ Ravenna Teatro

Pantani


di Marco Martinelli
ideazione Marco Martinelli e Ermanna Montanari
regia Marco Martinelli
con Ermanna Montanari, Luigi Dadina, Alessandro Argnani, Roberto Magnani, Michela Marangoni, Francesco Mormino, Laura Redaelli, in video Pino Roncucci
incursione scenica Francesco Catacchio, Fagio
itinerari in Romagna Luigi Dadina
fisarmonica e composizione musiche Simone Zanchini
ideazione spazio scenico Alessandro panzavolta - Orthographe
coproduzione Teatro delle Albe - Ravenna Teatro, le manège.mons - Scène Transfrontalière de création et de diffusion asbl


 Iscriviti alla newsletter

Vuoi essere sempre aggiornato? Iscriviti alla newsletter de Linkiesta.it .

Quando invii il modulo, controlla la tua inbox per confermare l'iscrizione

 Seguici su Facebook