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5 Maggio Mag 2013 1113 05 maggio 2013

La Fame di Walter

Ogni tanto la domenica propongo qualche racconto breve sul blog. Qui sotto l'ultimo che ho scritto.

Walter non riesce proprio a spiegarselo. Da quando è arrivato a Londra ha sempre fame. Non è mai soddisfatto. Una appetito cronico che lo colpisce forte e inaspettatamente: mentre cammina in giro per la citta’, quando torna a casa, appena sveglio. Succede a intermittenza e senza schema. E non importa quanto mangia, tanto non fa differenza: dopo i pasti rimane sempre un fornicolio sul fondo dello stomaco. Quella sensazione è ormai così familiare che Walter l’ha soprannominata il “languorino morboso”. E ogni volta che quell’appetito cronico si ripresenta Walter ha la stessa reazione: inizia a imprecare. “Thò, di nuovo tu. Il mio languorino preferito!”, ripete con un tono indeciso a meta’ tra il sarcastico e lo scocciato. E ancora: “Ah! languorino morboso. Mi sei mancato”, sospire stringendo i denti per nascondere un senso di frustrazione profonda che un estraneo difficilmente capirebbe.


Sono quasi due mesi da quando Walter e’ arrivato nella capitale britannica. Passa le giornate in giro per quell’immensa e grigia citta’ a lasciare curriculum nella speranza che qualcuno lo richiami per offrirgli un posto. Rientra a casa soltanto la sera; spossato, con i piedi bagnati e unA sensazione di fame che non lascia quasi mai i suoi pensieri. Non riesce proprio a spiegarla nonostante l’abbia analizzata a lungo e in numerose occasioni. Una cosa pero’ ha concluso: qualcosa e’ diverso dalla fame che provava in Italia quando per esempio sua madre tardava a preparare il pranzo o la cena. Ne e’ sicuro. La sensazione che prova da quando e’ giunto a Londra arriva da un’altra parte del corpo. Quale non e’ ancora riuscito a capirlo. Spesso si ritrova a cercare di indovinarlo. E’ diventato quasi un gioco su cui si concentra quando in giro per la citta’ comincia ad annoiarsi.
La logica di quel giochetto procede sempre a esclusione: “Questa fame non viene dalla pancia perche’ la riconoscerei. Da dove allora? Dalla gola no, dal torace no. Cos’altro potrebbe essere? Culo no, esofago no. Bho. Deve essere la testa. Per forza. Per far finire il languorino devo soltanto cambiare mentalita’. Sara’ perche’ sono senza lavoro e mi sento insoddisfatto e allora anche il resto mi appare incompleto. Appena trovo lavoro forse cambia tutto. Potro’ permettermi di comprare quello che voglio al supermercato e sara’ una pacchia”.
Al momento Walter si accontenta dei prodotti base che trova sugli scaffali bassi dei supermercati. Pacchetti generici, colori asettici e sopratutto senza sapore. Il triste risultato e’ che lo stomaco di Walter non e’ mai né pieno né vuoto. E’ bloccato a metà: in un limbo spiacevole e senza origine. Peggio. Quel purgatorio di fame londinese permane anche subito dopo i pasti. Anche appena dopo essersi rimpinzato. Spesso in giro per la città compra una baguette intera assieme a un tocco di cheddar e divorava tutto in una sola volta. Non si prende nemmeno la briga di staccare un pezzo di formaggio e infilarlo tra due pezzi di pane. A intermittenza morde la baguette e il cheddar finche’ uno dei due non finisce.


L’unico a consolarlo in citta’ e’ Gianni, un vecchio amico di Otranto. Una sera si sono ritrovati per una birra di benvenuto e Walter si e’ messo subito a raccontargli di come a Londra ha sempre fame, di come fa fatica a saziarsi e di come gli manca la cucina pugliese “che riuscviva a riempirlo con pochi spicci”. “Ti ricordi la pescheria del centro? Negli ultimi tempi ero anche diventato amico di Diego, il proprietario, e mi faceva sempre lo sconto. E non solo. Stavo ancora con Maria e mi ricordo che con 3 euro in due riuscivamo a preparare una pasta di seppie che non finiva piu’. Mamma mia quanto mi manca! Era buonissima: la ricetta l’avevo imparata quando ancora facevo il cuoco a Bari.
Dopo aver mollato l’università Walter aveva presto cominciato a lavorare come assistente cuoco in uno dei migliori ristoranti di Bari imparando pian piano i segreti della cucina della sua regione. Il capo cuoco, Cristina, lo aveva preso in simpatia e spesso I due si ritrovavano a fumare assieme sul retro del ristorante. Crisitina gli raccontava spesso della nonna Rosi e delle ricette che questa le aveva insegnato. Tra tutte le storie e i modi strani con cui “nonna Rosi” era venuta a capo delle sue ricette quella delle “Seppie in Acqua Salmastra Dolce” era di gran lunga la sua preferita. Il segreto per “le migliori seppie del sud dei santi”, come Cristina chiamava orgogliosa la sua regione d’origine, era che non bisognava mai pulire quegli strani molluschi con semplice acqua e sale. Il sapore così non sarebbe risaltato abbastanza; la seppia avrebbero perso la sua consistenza. Secondo Cristina il modo migliore di preparare le seppie era invece metterle a mollo per qualche ora in una mistura di limone, cipolla tagliuzzata, tritato e un abbondante cucchiaio di acqua di mare per ogni seppia.

Anche la bacinella per la mistura aveva una sua regola: rigorosamente di legno d’ulivo da terra rossa perché, come diceva nonna Rosi, “la plastica rovina i sapori e l’hanno inventata quegli sporcaccioni degli americani”.
Quello strano astio verso gli americani della nonna di Cristina non era del tutto casuale. La ricetta delle “Seppie in Acqua Salmastra Dolce” era nata infatti nel ’44, a fine Seconda Guerra Mondiale, quando le riserve di sale di Otranto erano state confiscate da un gruppo di banditi salentini con l’intento di vendere il minerale all’esercito americano in risalita verso il nord. E durante quei mesi gli abitanti della zona, tranne I pochi con “le connessioni giuste”, non avevano acceso al sale. Nonna Rosi non avrebbe pero’ mai rinunciato alle seppie salate “come le conosceva”. Erano da sempre il suo piatto preferito, una specialità che aveva amato sin da piccola. Con le saliere occupate l’unica fonte di sale libera rimasta era l’acqua del mare. Rosi si accorse subito pero’ di un difetto che non poteva accettare: un retrogusto salmastro che per ore rimaneva sulla lingua. Si intestardi’ e provo’ un gran numero di combinazioni con tutti i prodotti che Otranto e dintorni avevano ancora da offire. Limone, arance, rosmarino, aglio, peperondino, cipolle, finocchi. Dopo tre giorni di prove aveva deciso: una ciottola di acqua di sale marino combinata con mezo limone spremuto, mezza cipolla tritata finemente, un’alio e tre olive nere. Il tutto lasciato a mollo per almeno meta’ pomeriggio. Quella combinazione toglieva ogni salmastro.


“Le lenticchie - aveva subito risposto Gianni come se quella tiritela sul cibo italiano la sentisse da tutti i suoi amici trasferitisi a Londra –. Le lenticchie. Per me e’ stato quella la svolta. Mi hanno riempito e fatto risparmiare. Una pacchia. Un mesetto dopo che sono arrivato qui ho fatto amicizia con un ragazzo indiano e gli ho raccontato più o meno quello che mi stai dicendo tu adesso. Mi sentivo come te: avevo quasi sempre fame, non ero mai sodisfatto e tutto quello che vedevo nei supermercati e mi sembrava buono non potevo permettermelo. Appena l’ho detto l’indiano e’ subito balzato in piedi e ha cominciato a parlare delle lenticchie rosse indiane e di come avrebbero risolto tutti i miei problemi. Le chiamano dahl. Funzionano, prometto. E non fare facce strane; davvero. Quando ti capita vai a Est, zona Brick Lane, e in un qualsiasi supermercato indiano puoi comprare una busta gigante per 3 o 4 sterline. Ti dura un mese e per cucinarle basta aggiungere acqua, mettere due pezzi di cipolle ed e’ fatta. Sarai pienissimo. Garantito! Parola di Gianni e Prushan”.
“Lenticchie e basta?”, risponde Walter stupito.
“Si! Lenticchie e basta”, gli fa il verso Gianni divertito e con stampato in faccia il sorrisetto di sfida di chi la sa lunga.
“Uhm, non sono convito”, ribatte Walter pronto a far resistenza.
“Eh lo so, lo so – risponde Gianni divertito -. Ero come te, ma mi sono dovuto ricredere”.
“Và buono. Vediamo. Dai. Grazie – concede Walter – Magari mi capita”.


La conversazione si sposta su altro. La citta’, la sua dimensione, il costo della vita, le opportunita’ che offre e i soldi. Tutto cosi’ veloce e cosi’lontano da Otranto che pare incredibile. Gianni e Walter iniziano a immaginare a uno a uno i vecchietti del paese e a trasportarli a Londra con l’immaginazione. “Pensa alla vecchia Mari a Londra su una panchina lungo il Tamigi. Sarebbe tutta confusa dal trambusto, dai pulman, dalla gente in bici, dai pendolari ricurvi frettolosi. Sviene dopo un minuto”. I due compaesani ridono finche’ e’ tempo di andare. Un saluto veloce e poi entrambi di nuovo soli per la propria strada.
Due giorni dopo Walter è in zona Brick Lane. Dopo aver scandagliato i ristoranti in cerca di un lavoro cerca un supermercato indiano e le lenticchie rosse che Gianni gli ha consigliato. Sono su uno scaffale tra il curry e il riso. Sono tantissime: vanno dal marrone scuro al rosso intenso. Ne sceglie un pacco a caso, paga e esce. Quella sera preparera’ lenticchie indiane per la prima volta in vita sua. Sbuccia le cipolle, le taglia finemente, aggiunge un filo di olio sul fondo di una padella e le mette a soffriggere. Aspetta che rosolino e aggiunge le lenticchie, versa un po’ d’acqua, copre la pentola e aspetta. Le lenticchie dentro la pentola di gonfiano. Appena assorbono tutta l’acqua versata Walter ne aggiunge ancora. Finalmente sono pronte. Le assaggia. Sono buone: semplici e pesanti. E’ contento. Felice. Ha trovato un pasto che lo sazia come quaNdo era in Italia. Mangia indiano, ma si sente a casa.


Ma l’euforia non durera’ molto. Al quinto pasto a base di lenticchie torna tutto come prima. Dopo i pasti torna il “languorino morboso”. Prova anche a prendersi una pausa di qualche giorno tra un piatto di lenticchie e un altro, ma la sensazione di pienezza delle prime volte e’ sparita.
Qualche giorno dopo Walter incontra di nuovo Gianni per quello che e’ diventato un’ormai consueta birra settiminale. “Provate le lenticchie?”, chiede subito Gianni appena entrato. “Si”. Bhe’ com’e’ andata? lo incalza Gianni spazientito dal suo silenzio. “Male – risponde dWalter – per le prime volte ha fuzionato. Mi sentivo pieno, soddisfatto. Sai quella sensazione di calore che ti avvolge dopo i pasti soddisfacenti? Bhe, era cosi’: e ero contentissimo. Poi pero’ quella sensazione e’ sparita. E adesso nulla. Tutto come prima”.


“Si. E’ vero, non te l’ho detto. Anche a me e’ successo, ma ci ha messo molto piu’ tempo. Almeno qualche mese. L’altra sera ho deciso di non dirtelo e aspettare che le lenticchie facessero il loro corso. A quel punto avresti avuto un lavoro, avresti potuto permetterti Waitrose o Marks & Spencer e allora questa sensazione di fame cronica l’avresti gia’ dimenticata”.
Walter non era d’accordo, ma non avEva voglia di rispondere. Sapeva di aver ragione. Qualche giorno prima si era fatto mandare dei soldi in piu’ dai genitori dopo aver passato una buona ora a convincerli che ne aveva bsogno per potersi permettere i supermercati che Gianni aveva appena menzIonato. La sera prima aveva speso quasi trenta strerline per comprarsi tutto quanto serviva per fare la pasta alle “Seppie in Acqua Salmastra Dolce” della nonna Rosi. Aveva anche trovato una bacinella di legno di ulivo e per rimediare alla mancanza di un mare davanti a casa aveva speso 4 sterline per comprare dei cristalli puri di sale marino che aveva poi fatto sciogliere in una bacinella d’acqua. Non era il mare di Otranto, ma doveva accontentarsi. Almeno questo e’ quanto credeva Walter. Aveva preparato tutto con cura. Quel pasto doveva essere un grande evento. La prima cena completa, rilassata e consumata seduto a un tavolo che avrebbe fatto da quando era a Londra. Invece no. Come con le lenticchie o tutti gli altri pasti che aveva provato non era riuscito a soddisfarsi. La pasta e le seppie gli erano scese velocemente. Troppo. Non era riuscito a creare quella sensazione di calore e pienezza che ti inchioda alla sedia con le gambe distese per mezz’ora dopo i pasti. Gli ingredienti non erano gli stessi,in Inghilterra non c’era il sole ed era stupido cercare il proprio paese in un altro. Walter sapeva tutto cio’ Lo aveva accettato, ma c’era qualcosa che non tornava.


“Comunque dai, alla fine non e’ cosi’ importante. Basta mangiare per andare avanti. C’e’ troppo da fare a Londra per passare le ore a tavola come facevamo a Otranto. E’ anche per questo che ce ne siamo andati no? Bello, ma alla fine una gran palla!”.
Walter rimane in silenzio. Sa che Gianni ha ragione e che in fondo condivide tutto quello che dice. A Otranto si e’ sempre pronunciato cosi’: rinfacciando l’indolenza dei pasti a tutti quelli che avevano voglia di ascoltarlo. Adesso a Londra non vuole certo ricredersi, ma c’e’ comunque una differenza tra vivere un pasto come un semplice strumento per far andare avanti la giornata e trovare le energie per le mille attivita’ di Londra e dare significato al pasto in se’. Il cibo e’ uno dei piaceri a cui Walter non vuole rinunciare. Questo non significa ricreare Otranto a Londra, sedersi per ore, mangiare fino a star male. Vuol dire per Walter non rinunciare a un modo di guardare al cibo che gli era stato insegnato sin da piccolo. Gianni lo rifiuta e Walter lo sa. Ha quasi un astio verso una citta’ che lo aveva costretto ad andarsene via per riuscire a fare quello che voleva. Decide per il momento di non aggiungere nulla. Forse alla birra della settimana prossima lo avrebbe menzionato. Forse.

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